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Autoritratto di Luca

di - 8 Aprile 2004

Come nasce la tua passione per il disegno e l’idea di pubblicare questo libro?
E’ partito tutto rileggendo i miei vecchi appunti e diari dall’84, anno del mio primo album, a oggi. Ho sempre avuto l’abitudine di annotare quotidianamente fatti e riflessioni, ma da un certo punto ho cominciato ad accompagnarli a disegni, senza accorgermi. Prima non avevo mai disegnato, nemmeno da ragazzino. Ero sempre stato assorbito solo dalla musica. Poi il foglio bianco ha fatto nascere anche una nuova esigenza, quella di iniziare un percorso fatto non solo di parole: un autoritratto mio e della mia generazione, che è stata sempre interpretata male.

In che senso?
E’ stata vista come leggera, futile, poco impegnata… Invece si stava ribellando alla contrapposizione tra destra e sinistra, atei e cattolici, occidente e oriente; cercava di conoscere senza pregiudizi e giudizi. Per gli altri era il periodo dei “paninari”, ci accusavano di edonismo e superficialità, ma la mia generazione in realtà rifiutava i luoghi comuni e non aveva una concezione schematica del mondo.

Ci sono affinità tra l’arte e la musica?
Tutte e due raccontano quello che non è possibile dire con la scrittura e con le parole: i nostri fatti d’animo, i sogni, come vorremmo fosse il mondo… E’ una comunicazione intima.

Hai qualche modello, qualche artista o corrente da cui trai ispirazione?
Sono molto vicino alla Pop Art perché mi ricorda il linguaggio della musica e il mito dell’America. Anche il fumetto è un linguaggio importante, soprattutto quello artistico degli anni ’80 con Andrea Pazienza, Hugo Pratt e altri. Anche se i miei non sono fumetti, sono comunque un’unione di parole e immagini. Il mondo dell’arte mi interessa da poco e solo in questi ultimi anni sono diventato curioso di conoscerne i retroscena, i personaggi, i vari movimenti e artisti…

Hai comunque un tuo linguaggio riconoscibile. Ad esempio fai spesso uso di particolari simboli…
Sono delle vere ossessioni, infatti. Da bambino ero molto attratto dalle bandiere e ancora oggi un disegno o un quadro mi sembrano centrati se ci assomigliano per la scarsità di elementi, l’essenzialità e il richiamo dei colori e dei simboli. La luna e le stelle li ho imprestati dalle bandiere perché oltretutto danno un senso di pace, di oriente e di religiosità. Mi piace il loro accostamento ad altri elementi più terreni, mescolando sacro e profano, naturalmente sempre nel pieno rispetto della religione.

Il complimento più bello che t’hanno fatto?
Qualcuno mi ha detto che ho fatto nella musica una rivoluzione gentile.

La cattiveria che ti sei legato al dito?
Nell’ articolo di un giornale hanno scritto che sono un “cantante formaggino per ragazzine stupide”. Un’accusa di superficialità come quella fatta alla mia intera generazione.

Ti senti più in gamba come artista, cantante o scrittore?
Prima di tutto sono uno scrittore di canzoni.

E nell’arte? Che ruolo ti dai?
Nell’arte sono ancora uno studente.

Piano piano a che livello ti piacerebbe arrivare?
Mi piacerebbe un giorno riuscire a propormi davvero come artista, partecipare a mostre ed esporre al pubblico. Ma, ripeto, non mi sento ancora pronto, anche se sono vent’anni che disegno e dal ’97 ho anche iniziato a dipingere.

Musica, parole e colori li metti al centro del tuo prossimo tour. Cosa stai preparando?
I concerti del tour saranno strutturati come il libro: in sei parti come i sei capitoli. Durante le canzoni verranno proiettati i miei disegni, ripercorrerò insieme alla magia dei colori vent’anni di musica. Le mie canzoni, infatti, cominciano sempre sugli stessi quaderni e diari da cui sono tratte le immagini del libro. Mi piace molto l’idea di unire insieme queste tre forme d’arte raccontando la mia vita.

Chiudiamo con Bologna, la tua città. Che influenza ha avuto su di te?
Bologna negli anni ’80 era al centro di una rivoluzione culturale. Se non fossi nato in questa città probabilmente non avrei avuto le stesse scelte e opportunità. E non avrei mai cominciato nemmeno a suonare.

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carolina lio

[exibart]

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