Categorie: Personaggi

BATTAGLIA NEGLI STATES

di - 10 Maggio 2009
Allora Letizia, l’Eugene Smith nel 1985, il Mother Johnson Achievement for Life nel 1999. Ora il Cornell Capa, il più prestigioso degli Infinity Awards, assegnati a New York dall’International Center of Photography…
Sì, a maggio andrò a New York a ritirare il premio, la cerimonia è prevista il 12 al Chelsea Piers. È vero, il mio è proprio il top dei nove premi. Di questo sono veramente contenta. Motivo di gioia in più è di avere conosciuto personalmente, oltre che apprezzato, il grande Capa.

In passato hanno ricevuto il premio fotografi quali Henri Cartier-Bresson o Richard Avedon. Cosa provi a essere accostata a simili pilastri della fotografia?
Stupore, soprattutto. In Italia, nessuno mi fa più lavorare, almeno da vent’anni. All’estero, invece, si ricordano di me. Stranezze. Anche perché adesso come fotografa mi reputo più brava, più matura. Sto invecchiando bene: non dico fisicamente, ma non ho smarrito le passioni intellettuali o la voglia di trasformare il mondo in un posto migliore. A settembre sarò in mostra ad Amsterdam con le mie nuove fotografie affiancate a quelle storiche, e poi a Norimberga. L’Europa, l’estero più in generale, mi ha sempre aperto le braccia.

Che idea ti sei fatta in proposito?
Non so darmi una risposta precisa. Probabilmente una serie di concause: un certo sistema, una mentalità diffusa, oggi in Italia… E poi non mi hanno mai perdonato di aver fatto politica attiva, appassionata di Palermo, del verde: anni fantastici, specie quelli da Assessore della Primavera di Orlando, quelli da deputato non valgono niente… Ma il vero problema è che io sono famosa per le foto sulla mafia, che mi hanno disegnato attorno un’aurea di personaggio imbarazzante. Qualunque soggetto io fotografi.

Il passato che ti ha reso famosa, i tuoi scatti celeberrimi. È una condanna?
Sì, in un certo senso. Negli anni ho maturato una sorta di avversità per le mie foto di quei tempi. Ogni volta che preparo una mostra storica, mi prende un senso di nausea, di repulsione per quello che abbiamo subito e continuiamo ancora a subire. Inoltre è un ricordo pesante, tutto quel sangue, quella violenza. Tutti quei morti che voi vedevate stampati sui giornali, io li avevo sempre presenti a casa mia. Ho tentato nuove strade. Ma per me stessa, perché c’è stato un periodo che nessuno mi ha più commissionato un lavoro. Fosse stato per questo Paese, io avrei potuto vivere nell’indigenza. Due anni fa, in un video (Fine della Storia, NdR), ho realizzato attraverso l’attrice protagonista, la brava Serena Barone, una fantasia ricorrente: distruggere le mie foto, strappandole prima, poi bruciandole e alla fine abbandonandole in mare.

Ma non l’hai mai fatto…
Quel passato fa parte di me, di quello che sono diventata. Fatti, storie, persone che mi sono presa attraverso la fotografia, ora sono in rapporto indissolubile al mio essere donna, al mio essere persona. Così ho deciso di utilizzare le mie grandi foto di cronaca, spostandone il punctum su un primo piano diverso: un nudo di donna, che sembra assistere a quegli avvenimenti, riunendo su un piano di metafora, passato e presente. Dieci lavori di questa serie, un unicum dove ritrovo me stessa con la mia rabbia e la mia disperazione, sono stati esposti di recente a Palermo (alla Galleria Nuvole, NdR). Guardandoli mi sono detta: “Ci sei riuscita”.

Hai sempre lavorato con la pellicola e la tua vecchia Leica M2. Il digitale ti fa ancora un po’ paura, come sostenevi in un’intervista di qualche anno fa?

Molto meno. Sono per la sperimentazione. Due anni fa, durante una premiazione, mi hanno regalato una Leica digitale che non mi sarei potuta permettere di comprare. L’ho guardata, poi ho cominciato a usarla. È fantastica. La verità è che puoi fare cose belle con tutto. Digitale e non digitale. Sono i risultati quelli che contano. Adesso si può scattare una foto con il telefonino o con una macchinetta da pochi soldi. Gli artisti veri rimangono. L’importante è che ci metti cuore e testa insieme.

Come vedi il tuo futuro e quello della città in cui vivi?
Per prima cosa vorrei trovare una sistemazione adeguata per il mio archivio e non so se in Italia ciò sarà possibile. E poi, lavorare, fotografare, seguire, anche attraverso l’obbiettivo, mia nipote tredicenne che cresce in questa città irredimibile, dove ormai niente e nessuno riesce a lasciare un segno. Non c’è giorno in cui non mi chieda: “Com’è possibile che Palermo dimentichi il suo passato di sangue e non riesca a costruirsi un futuro?”

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a cura di lori adragna

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  • Lori, bravissima! un'intervista davvero interessante, sincera, aperta..un personaggio straordinario la Battaglia che adesso sembra anche più umano... Domani assisterò alla premiazione!!

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