Ospitiamo un ricordo in memoria di Ettore Spalletti, scomparso l’11 ottobre 2019.
Il 9 febbraio del 1976, Ettore Spalletti inaugura la sua personale alla galleria di Mario Pieroni, che aveva sede nel Bagno Borbonico, un antico carcere a Pescara. Prima di lui avevano esposto Luciano Fabro e Jannis Kounellis, con installazioni e sculture, ma Spalletti, già dal titolo, decide di affrontare lo spazio, carico di memorie storiche drammatiche, da un altro punto di vista, come documentato dall’eccellente volume Galleria Pieroni 1972-1992, pubblicato dalle edizioni Di Paolo. Intitola la mostra “E porgere, chissà da quale tempo, quanto rimane vivo”, e distende con la mano su due lastre del pavimento della polvere di gesso di tre colori diversi: bianco, rosa e azzurro.
Impalpabile
Un’azione semplice ma carica di intensità poetica, che contiene in nuce tutto lo sviluppo del suo lavoro successivo, che definirei “impalpabile” come quella polvere che trasforma il genius loci di un luogo di sofferenza con un unico gesto, che rende vellutata e soffice la materia grezza, la ingentilisce e la trasforma in una superficie cromatica leggera e volatile. Spalletti porta la luce nel buio.
Un’attitudine che si rafforza nel tempo, con risultati a volte quasi invisibili, come nella mostra “Periodi di marmo” nel Parco delle Terme ad Acireale nel 1989, quando collocò un bicchiere d’argento in un angolo del parco, come se fosse stato abbandonato da una persona dopo una festa. O ancora nel 2000, quando presenta un anello d’argento con un piccolo smeraldo attaccato ad un muro romano nella collettiva “Giganti. Arte Contemporanea nei Fori Imperiali”: un’opera timida ma di notevole intensità , che si mimetizza tra capitelli e archi, colonne e frontoni.
Colore
«I miei colori sono quasi sempre gli azzurri, i rosati, i grigi, i gialli. L’azzurro è il colore che ci sta sempre intorno, ne siamo immersi. Il rosato è il colore della pelle, è lo specchio dell’umore. Il grigio mi piace perché accoglie e restituisce i valori. Nel grigio c’è il valore dell’accoglienza. Il giallo è una botta di vita attraverso la luce». Eravamo sulla spiaggia di Pescara un pomeriggio di giugno del 2008, per preparare la tua mostra personale “Al Mattino Presto” nel Conventino dei Servi di Maria a Monteciccardo, dove hai collocato una serie di fogli di carta velina sul pavimento delle celle affacciate sul chiostro di tre colori: rosso, giallo e azzurro. Al mattino presto i raggi del sole, entrando dalla finestra, incendiavano la cella del colore presente sul pavimento. «Mi viene da pensare a Vermeer – mi dicevi – a Piero della Francesca, a Morandi che in una piccola stanzetta ha costruito un linguaggio universale, un mondo, una sensibilità tutta interiore, che è dentro un momento». Il colore come linguaggio naturale e un poco magico.
Alabastro
«Sono attratto dall’alabastro perché è una formazione segreta, e dopo averlo lavorato sembra che debba tornare a sciogliersi come acqua, perdendo peso e solidità ». Le sculture in alabastro di Spalletti sono impalpabili nel loro essere solide, catturano la luce e il colore. Nel medioevo le vetrate delle chiese romaniche erano in alabastro e rendevano la luce del sole morbida e soffusa, per permettere ai fedeli di comunicare con un Dio meno terribile e spaventoso di quello raffigurato negli affreschi alle pareti. L’arte di Ettore è accogliente, gioca a rimpiattino con la luce, la trasforma in poesia. Pura e assoluta, ora e sempre.
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