Categorie: Personaggi

In ricordo di Giancarlo Politi, l’editore che leggeva poesie di nascosto

di - 25 Febbraio 2026

Entrare negli uffici di Flash Art per qualcuno è stato come essere Cenerentola al ballo. Per me sicuramente lo è stato: era il sogno che si realizzava, era entrare in mondo in cui da sempre avevi voluto vivere. Flash Art era una copertina esposta nell’edicola della provincia in cui vivevo (e che l’edicolante ordinava solo per me) e Giancarlo Politi un personaggio epico che mai avrei pensato di conoscere. Invece Cenerentola fu invitata al ballo, e in quel mondo ci è rimasta per ben sette anni. Pochi se si considera la longeva storia della rivista d’arte più importante del Paese (ma non solo), tanti in proporzione alla durata media di tanti critici e curatori che di lì sono passati. Ricordo ancora la mail il venerdì mattina: inviavo il mio curriculum perché avevo letto che Flash Art cercava assistenti di redazione. Il giorno stesso, la sera, la risposta «vieni lunedì e cominci». Giancarlo era così, capivi subito se era un sì o un no, se eri dentro oppure se gentilmente potevi rimanere fuori dalla porta. Non esistevano gradazioni. Lascerò a scrittori più illustri raccontare cosa sia stato Giancarlo Politi per l’arte, e per quel sistema che lui conosceva fin nelle viscere, perché so per certo che lui non sopportava la retorica.

Flash Art 155, 1990

Aveva un gran senso dell’umorismo, mani enormi e una conoscenza della poesia italiana da far invidia a qualsiasi professore universitario. La mia prima, per molti umile, mansione, prima di diventare ufficialmente redattrice e news editor, fu correggere le Lettere al Direttore: mi sono divertita tantissimo e ho imparato moltissime cose sulla vita e sull’arte. Mi sono anche arrabbiata, perché le risposte che Giancarlo dava erano talmente taglienti da imbarazzare chiunque. Soprattutto la me di allora che, da poco arrivata a Milano, aveva poca esperienza e molto timore di dire o fare cose scomode. Ero cresciuta tra troppi “grazie”, “prego”, “per favore”, da non saper distinguere quando le parole fossero reali o semplici convenevoli. Passata la timidezza iniziale, lui non era più il Direttore, ma solo Giancarlo. Colui che tutto sapeva e che tutto leggeva, perché nulla doveva essere lasciato al caso, nella sua rivista. Quando scoprii che era appassionato di poesia e che conosceva benissimo la poesia italiana del Duecento, rimasi di stucco. Quando dici arte contemporanea dici anche mercato, tendenze, gallerie alla moda, artisti di successo. Tutto questo strideva con Cielo D’Alcamo e Stefano Protonotaro, con Giuseppe Ungaretti ed Eugenio Montale. Eppure, eppure. Leggere, rileggere e addirittura scrivere poesie. Cercare uno spazio vuoto, tra le righe, che ci sottragga al caos. Leggere poesie di nascosto, mi disse una volta, non è forse l’atto più estremo che si possa compiere? Era forse questo aspetto, più della passione per l’arte contemporanea, a sugellare il nostro legame di redattrice-direttore nei primi tempi della mia vita a Flash Art.

Giancarlo Politi

Sì, parlo di vita, perché lavorare per Giancarlo era diventare tutt’uno con la rivista: arte, passione, legami. Famiglia. Non c’erano confini, non era un semplice lavoro. Infatti, come tutti gli amori, il nostro viaggio insieme si è interrotto al settimo anno: una passione fulminea, poi alti e bassi, infine la stanchezza. Tutti noi che abbiamo lavorato a Flash Art, in quella redazione di cui lui era Direttore – un Direttore che non aveva un ufficio o una scrivania, perché lui si rifiutava di stare fermo, lui viaggiava, lui si sedeva accanto a noi – oggi siamo un po’ orfani. Come un padre di altri tempi, non si è mai preoccupato di essere o meno un buon padre. Giancarlo Politi dava, dovevi essere bravo o brava tu a cogliere, a prendere quello che a volte lui con la sola presenza regalava. Del resto, non gli ho mai sentito dire una banalità, ecco perché mi fermo qui.

Ciao, Giancarlo.

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