Categorie: Personaggi

In ricordo di Re Leone

di - 11 Novembre 2003

Domenica 9 novembre è morto Mario Merz, il più grande artista italiano contemporaneo, un’icona, un poeta, un visionario infaticabile. Uno che ha costruito utopie, disegnato spazi, raccolto i segni reconditi dell’esistenza e tracciato scritture anomale attraverso cui provare a giungere proprio a quel quid originario, all’essenza, al corpo e allo schema delle cose nel medesimo tempo.
Raccontare chi è stato Mario Merz, il suo percorso di artista e di intellettuale, tentare di darne un’immagine esaustiva e chiara è una cosa non semplice e in questo momento imbarazzante. Merz ha esplorato, con una genialità immediata e lirica, il mondo del pensiero e quello delle cose vive, l’astrazione e la natura, il concetto e l’energia selvaggia, pura. Ha giocato con i numeri e con la materia, riuscendo a costruire oggetti-universi ibridi, assemblaggi magici e magnetici in cui l’elemento primordiale diventava lo specchio di una struttura armonica e superiore. Le sue sono opere intrise di religiosità, di misticismo, di magia, eppure di una concretezza essenziale, di una semplicità disarmante.
Inizia a dipingere negli anni ’50 dando vita a una pittura materica, violenta, corposa, di derivazione espressionista e informale, carica di rimandi simbolici. L’impeto di queste sue tele gradatamente si fa incontenibile, e la superficie si apre allo spazio intorno, cominciando a includere oggetti e a divenire pittura “tridimensionale”. Da quel momento l’utilizzo di cose concrete, di oggetti prelevati dalla realtà diventa un’urgenza, una necessità che inaugura un dialogo serrato col mondo e con i suoi segni.
Nel 1967 partecipa alla collettiva genovese che darà il nome alla corrente dell’Arte povera, di cui egli resterà uno degli esponenti più significativi, portando avanti per tutta la vita una ricerca coerente e profonda intorno ai principali temi e alle suggestioni di quegli anni. Il corpo eterogeneo dei materiali con cui Merz si confronta è ricco di connotazioni concettuali ed è insieme conduttore di una sensibilità poetica per la materia stessa. La pelle dell’esistenza avvolge gli oggetti e li consegna a una sacralità profana, immediata. Ferro, cera, terra, metallo, vetro, ardesia, rami, carta, stoffa… nascono strutture e installazioni che esplorano il mondo della natura nel tentativo di afferrarne il flusso: le sue opere sono condensatori di energia fluida, attorno vi si coagula la corrente sommersa dell’universo, in esse prende corpo l’anima silenziosa della vita in atto. Questo è un’opera di Merz: un crogiolo di energia che si è arrestata, si è aperta un varco, si è solidificata. E’ un lavoro da alchimisti quello che conducono gli artisti dell’Arte povera, un lavoro di trasformazione da uno stato all’altro, dall’essenza alla visione, dal sacro all’oggetto, dall’ universo all’elemento. E tutto questo passa per le cose rudi, semplici, per intuizioni che arrivano senza bisogno di intermediazioni raffinate: è un’arte che gravita attorno al concettualismo, ma che usa linguaggi puri, diretti, accessibili, concreti. Che scatena meraviglie assemblando pochi elementi, come succede con la poesia.
Fondamentale da allora, per tutto il corso della ricerca di Merz, sarà l’utilizzo del neon , un oggetto simbolico e insieme un corpo emozionale. La luce, l’elettricità, la corrente di elettroni inarrestabile fende lo spazio e definisce lo scorrere del tempo, esemplificando davanti agli occhi quel flusso primordiale, eracliteo che agita le cose e le sposta, senza pausa. “Io cerco l’energia che scorre liberata dalle catene del ritmo, come la musica dell’India”. Il tempo frammentato si ricompone, la scansione convenzionale si rivela fittizia, il recupero del movimento primo diventa un fatto necessario.
Al di là della rappresentazione Merz sceglie dunque di presentare la cosa, di dirla semplicemente, nella sua evidenza eloquente. Dice Merz, in un intervista rilasciata nel ’67: “Il fatto più importante è che queste forme hanno una ragione necessaria in quanto esprimono la tensione emozionale tra superfici e forma proponendo un senso nuovo dello spazio”. E insieme al tempo è lo spazio il terreno che Merz sceglie di percorrere, la zona assoluta e impalpabile che si fa costruzione, forma, luogo.
Nel ’68 espone per la prima volta, da Sperone, un igloo, tema che resterà centrale in tutto il suo percorso. L’igloo è una struttura minimale, provvisoria, non solida, costruita con i materiali più disparati: intelaiature di metallo, argilla, tela, e spesso il neon ne è elemento caratterizzante. Ma la precarietà di questa abitazione lascia passare una forza primigenia, rigorosa: esso diventa la materializzazione di quel fulcro energetico inseguito dall’artista, un nucleo instabile di potenza pura che evoca la forma della spirale, in cui due forze eguali e contrarie giocano in maniera non progressiva e non orientata. Dal centro verso l’esterno, e ritorno: un vortice che comprime e libera, una sfera dinamica che non s’arresta. Il cerchio è una figura strategica, un’immagine chiave attorno a cui costruire figure poetiche e suggerire un pensiero. “L’idea è rotonda… se seguite la massima tornerete all’inizio, e vedrete come essa si scuote e come si calma. (…) essa è una forza dinamica e compressa”. L’universo caotico e policentrico viene scandagliato in tutte le sue sfumature di senso e di forma, alla ricerca di un ordine, di una configurazione, di un disegno, di una struttura appunto. L’energia elementare segue un principio inaccessibile. L’uomo si inventa delle formule e prova ad aprire dei campi di visione e di lettura: la formula logico-matematica del matematico pisano Fibonacci rivela una serie algoritmica che sta alla base di ogni processo generativo: ogni numero è la somma dei due precedenti… Merz scopre questa intuizione per caso nel 1969, e ne rimane folgorato. Da quel momento questo modulo logico resterà un elemento costante, quasi ossessivo che l’artista utilizzerà come supporto concettuale per le sue opere. Il processo organico-genetico della natura si origina così da una formula mentale, e l’indistinto assume un profilo, una forma, assume la riconoscibilità di una traccia ambigua ma costante.
E’ questo un breve affondo nella poetica e nelle suggestioni che hanno attraversato la vita artistica e la ricerca di un artista immenso. Un excursus breve, che vuole solo ricordare e suggerire un’immagine, che prova a trasmettere una forza, una sensibilità, le tracce di un viaggio intrapreso. Il ricordo è la celebrazione più significativa e autentica. Le memorie, i segni che ci restano, gli imput che continueremo a raccogliere, le immagini che continueremo a raccontare e interrogare lasceranno che il flusso non si interrompa. E che il pensiero di un uomo prosegua.

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helga marsala

[exibart]

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