Domenica 9 novembre è morto Mario Merz, il più grande artista italiano contemporaneo, un’icona, un poeta, un visionario infaticabile. Uno che ha costruito utopie, disegnato spazi, raccolto i segni reconditi dell’esistenza e tracciato scritture anomale attraverso cui provare a giungere proprio a quel quid originario, all’essenza, al corpo e allo schema delle cose nel medesimo tempo.
Raccontare chi è stato Mario Merz, il suo percorso di artista e di intellettuale, tentare di darne un’immagine esaustiva e chiara è una cosa non semplice e in questo momento imbarazzante. Merz ha esplorato, con una genialità immediata e lirica, il mondo del pensiero e quello delle cose vive, l’astrazione e la natura, il concetto e l’energia selvaggia, pura. Ha giocato con i numeri e con la materia, riuscendo a costruire oggetti-universi ibridi, assemblaggi magici e magnetici in cui l’elemento
Inizia a dipingere negli anni ’50 dando vita a una pittura materica, violenta, corposa, di derivazione espressionista e informale, carica di rimandi simbolici. L’impeto di queste sue tele gradatamente si fa incontenibile, e la superficie si apre allo spazio intorno, cominciando a includere oggetti e a divenire pittura “tridimensionale”. Da quel momento l’utilizzo di cose concrete, di oggetti prelevati dalla realtà diventa un’urgenza, una necessità che inaugura un dialogo serrato col mondo e con i suoi segni.
Nel 1967 partecipa alla collettiva genovese che darà il nome alla corrente dell’Arte povera, di cui egli resterà uno degli esponenti più significativi, portando avanti per tutta la vita una ricerca coerente e profonda intorno ai principali temi e alle suggestioni di quegli anni. Il corpo eterogeneo dei materiali con cui Merz si confronta è ricco di connotazioni concettuali ed è insieme conduttore di una sensibilità poetica per la materia stessa. La pelle dell’esistenza avvolge gli oggetti e li consegna a una sacralità
Fondamentale da allora, per tutto il corso della ricerca di Merz, sarà l’utilizzo del neon , un oggetto simbolico e insieme un corpo emozionale. La luce, l’elettricità,
Al di là della rappresentazione Merz sceglie dunque di presentare la cosa, di dirla semplicemente, nella sua evidenza eloquente. Dice Merz, in un intervista rilasciata nel ’67: “Il fatto più importante è che queste forme hanno una ragione necessaria in quanto esprimono la tensione emozionale tra superfici e forma proponendo un senso nuovo dello spazio”. E insieme al tempo è lo spazio il terreno che Merz sceglie di percorrere, la zona assoluta e impalpabile che si fa costruzione, forma, luogo.
Nel ’68 espone per la prima volta, da Sperone, un igloo, tema che resterà centrale in tutto il suo percorso. L’igloo è una struttura minimale, provvisoria, non solida, costruita con i materiali più disparati: intelaiature di metallo, argilla, tela, e spesso il neon ne è elemento caratterizzante. Ma la precarietà di questa abitazione lascia passare una
E’ questo un breve affondo nella poetica e nelle suggestioni che hanno attraversato la vita artistica e la ricerca di un artista immenso. Un excursus breve, che vuole solo ricordare e suggerire un’immagine, che prova a trasmettere una forza, una sensibilità, le tracce di un viaggio intrapreso. Il ricordo è la celebrazione più significativa e autentica. Le memorie, i segni che ci restano, gli imput che continueremo a raccogliere, le immagini che continueremo a raccontare e interrogare lasceranno che il flusso non si interrompa. E che il pensiero di un uomo prosegua.
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[exibart]
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