Categorie: Personaggi

L’ULTIMO FOTOGRAMMA |

di - 25 Giugno 2009
L’opera, la vita, il pensiero di Fabio Mauri (Roma, 1926-2009) non sono definibili secondo criteri artistico-sociali consueti. Un uomo in continua e instancabile ricerca, che ha saputo navigare durante la sua lunga vita su rotte sempre nuove con la medesima agilità intellettuale, spostandosi dall’editoria – il padre Umberto, dopo esser stato impresario teatrale, diventa direttore commerciale della Mondadori, mentre lo zio materno, Valentino Bompiani, è fondatore dell’omonima casa editrice – all’illustrazione, dal teatro alla filosofia, dall’insegnamento all’arte.
Amico fraterno di Pasolini, conosciuto a Bologna in un circolo della G.I.L. – Gioventù Italiana del Littorio, con lui fonderà da giovanissimo la rivista d’arte e letteratura “Il Setaccio” e su di lui, nel 1975, davanti alla nuova Galleria d’Arte Moderna di Bologna, proietterà il Vangelo secondo Matteo, con il volume del sonoro talmente alto da non permettere al regista di riuscire a seguire lo svolgimento del suo stesso film, tornato come un boomerang sul corpo di colui che l’aveva diretto.
La guerra e l’orrore dei campi di sterminio si riflettono sul lavoro di Mauri solo parecchi anni dopo averne fatto esperienza e aver elaborato un dolore che credeva dissolto: Che cosa è il Fascismo (1971), Ebrea (1971), Ideologia e Natura (1973), Che cosa è la filosofia – Heidegger e la questione tedesca – Concerto da tavolo (1989) sono performance e azioni che confermano la sua presa di coscienza nei confronti della storia e che trasformano la sua riflessione profonda sui regimi, sui comportamenti umani e sul potere delle ideologie in metafore della condizione umana.
Con sguardo attento e indagatore, Mauri anticipa, nel lavoro Luna (1968) – riproposto recentemente nella mostra 1988: vent’anni prima vent’anni dopo al Pecci di Prato – la camminata lunare di Armstrong che avverrà pochi mesi dopo, e con Muro d’Europa (1979) precorre di dieci anni la caduta del Muro di Berlino. A un altro celebre simbolo della storia s’ispira Il Muro del Pianto, esposto alla Biennale di Venezia del 1993; in esso il dramma della diaspora e dell’olocausto è reinterpretato attraverso una parete compatta di valigie in cuoio che, se da un lato chiudono la vista su una superficie regolare, dall’altro si spanano in mille protuberanze determinate dalle loro misure.
Riconoscendo nel Futurismo l’unica avanguardia globale, Mauri riaffronta questo tema cruciale per l’arte italiana e internazionale orchestrando la performance Gran Serata Futurista (1980) presso il Teatro Comunale dell’Aquila, città a cui è profondamente legato e dove insegna Estetica della Sperimentazione dal 1979.
Ma le sue operazioni più famose rimangono senza dubbio le proiezioni di pellicole di film d’autore, per lo più europei, su persone e oggetti. Ancora una volta precursore, ignaro delle teorie innovative di Gene Youngblood, realizza un suo personale cinema espanso che non ha precedenti [1]. Senza (1975), Senza Ideologia (1975), Senza Titolo (1980), oltre al già citato Intellettuale (1975), innescano una risemantizzazione del concetto di schermo, tema caro e leitmotiv di tutta l’operazione artistica di Fabio Mauri, producendone uno spostamento di significato totalmente lungimirante.
Uno degli ultimi ambienti polisensoriali e multifocali realizzati dall’artista, coadiuvato come sempre da uno stuolo d’instancabili e fedelissimi assistenti, è Inverosimile (2007) presso l’Hangar Bicocca di Milano, in occasione della mostra Emergenze: Not Afraid of The Dark: proiezioni incrociate, sedili in legno prelevati dai vecchi cinema e ribaltati sul soffitto, schermi e sonori spiazzanti invadono lo spazio e rapiscono l’attenzione dello spettatore, confondendolo. Il cinema qui dichiara al tempo stesso la sua condanna e la sua salvezza, sciogliendosi in oggetti performativi originali, elementi topici, condensatori di significati e contenitori di ricordi. Un magnifico testamento spirituale, che riassume tutta la sua memoria biografica e artistica.
Dello schermo, “luogo noumenico della contemporaneità”, si parlava nella conversazione che ho avuto con Mauri un anno e mezzo fa [2], quando mi illustrava la sua personale visione del cinema e la vocazione del regista: “Ogni volta che metto l’occhio dentro la macchina da presa, io lo sposto subito per vedere che c’è intorno. Mi piace di più tutta questa gente che assiste, due persone che litigano sotto un albero, ad esempio. E allora ho capito che non sono un regista, perchè ai registi è proprio quell’imbuto lì che interessa, che isola dal mondo”.

In quell’occasione, raccontava di un uomo prima che di un artista. Un anziano signore, elegante e lucidissimo, affascinante ammaliatore che, circondato di ricordi e affetti nella sua grande casa su piazza Navona, confidava generosamente i suoi pensieri, stilando un bilancio della sua vita e della storia umana: “Da molto vecchi si diventa più incerti o più umili, non so, perché uno vede che il mondo per quanto l’abbia decifrato, se ne va avanti per conto suo, fa le stupidate… Ma, in un certo periodo ho quasi pensato di aver risolto teoricamente tutti i problemi estetici. Qualunque domanda io potevo accettarla e avevo di che rispondere”.

[1] Per una panoramica chiarificatrice sull’argomento si veda Marco Senaldi, Doppio Sguardo, Cinema e Arte Contemporanea, Bompiani, Milano 2008, cap. 2.3.
[2] In Maria Rosa Sossai, Film d’artista, Percorsi e confronti tra arte e cinema, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2008, p. 108-113.

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marta silvi

[exibart]

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