Categorie: Personaggi

Speciale Biennale/Parlano gli artisti del Padiglione Italia

di - 25 Aprile 2013
Non è un artista di troppe parole, almeno in questo caso, Marcello Maloberti. Come nelle sue opere, lascia che siano dei lampi di intuizione, delle visioni asciutte e spiazzanti a dare corpo al suo pensiero e al suo immaginario. Invitato a partecipare al Padiglione Italia della Biennale 2013 insieme al coetaneo Flavio Favelli, ci racconta il suo work in progress verso la realizzazione del progetto incentrato sul rapporto tra autobiografia e immaginario collettivo, analizzato attraverso la tradizione popolare. Un tema che appare perfettamente calzante alla poetica dei due artisti.
Cosa significa per te Biennale?
«L’immagine che ho della Biennale è molto legata  ad alcuni lavori che sono diventati per me una fissa, come Hans Haake quando ribalta il pavimento del padiglione Germania. Ho dei ricordi importanti delle precedenti edizioni, in particolare sono affezionato ad uno dei suoi titoli più evocativi, quello dell’edizione di Szeeman, “Platea dell’umanità”, è un titolo che da i brividi. Quell’edizione è stata per me  importante, un progetto visionario e immaginifico, ogni stanza apriva un sipario invisibile verso avanguardie sempre nuove,  non era un evento modaiolo, era davvero lo spettacolo e la meraviglia di fronte alla contemporaneità. Era la felicità dell’arte».

Partecipi alla Biennale dopo un’edizione controversa, quella che ha avuto Vittorio Sgarbi come vero protagonista del Padiglione Italia, tanto che la sua visione si può dire abbia offuscato la presenza degli artisti. Cosa pensi della proposta di Bartolomeo Pietromarchi?
«Sicuramente è una forte rottura con le edizioni precedenti del padiglione, credo che sia importante proprio ora una mostra come viceversa, a volte serve fare il punto della situazione, ragionare su chi siamo e dove stiamo andando. Con Bartolomeo ho già avuto modo di lavorare per una delle mie mostre più significative, Blitz al macro di Roma, è stata una grande avventura, fare con lui la Biennale è un colpo magico».
Sei stato invitato a dialogare con Flavio Favelli sul tema dell’autobiografia e dell’immaginario collettivo, utilizzando la lente della cultura popolare. Mi sembra un tema nodale ed estremamente problematico, doveroso da affrontare nel padiglione italiano. Qual è stato tuo approccio all’opera di Favelli e al tema proposto da Pietromarchi?
«È la prima volta che il mio lavoro e quello di Flavio si trovano così direttamente in dialogo, abbiamo pensato entrambi ai nostri progetti con coerenza, essendo tutto il padiglione costruito sulla dialettica della coppia, credo che abbiamo cercato di pensare tutti ai nostri lavori mentre si osservano vicendevolmente».
L’altra presenza che calamiterà l’attenzione sarà quella di Massimiliano Gioni: cosa ti aspetti dalla sua direzione artistica e dal sogno del suo Palazzo Enciclopedico?
«Credo che Gioni sia uno dei curatori con più talento nel panorama internazionale, mi aspetto un Biennale raffinata, un museo al limite dell’immaginario».
Ha sempre senso proporre dei nazionali, in un momento in cui il web sembra essere per il mondo occidentale l’unico territorio riconosciuto collettivamente?
«Credo che per quanto il web abbia ridefinito i confini della cultura, l’esperienza dell’arte continui ad essere vissuta nelle città, nelle periferie, nelle relazioni tra corpi e architetture, incontri tra tradizioni e immaginari diversi vissuti sulla pelle giorno per giorno, in questo senso la dimensione nazionale ha ancora un ruolo importante».

Mi incuriosisce molto il tema del crowfunding, messo al centro della realizzazione dei progetti del vostro padiglione. Credo che la questione economica sia un tema chiave dell’arte contemporanea e fare una proposta problematica come quella di ricercare fondi per la realizzazione dei progetti degli artisti in un luogo simbolo come la Biennale di Venezia potrebbe dare spunto a riflessioni importanti. Ritieni che ciò sia un ostacolo al vostro lavoro o che sia un punto di partenza?
«Il crowfunding si è molto diffuso negli ultimi anni, un’istituzione come la Biennale che da sempre sa essere espressione del sentire contemporaneo non poteva non incontrare questo strumento così significativo dell’epoca in cui viviamo. Io credo che il fare dell’arte sia legato soprattutto alla risoluzione di problemi. Il progetto di Bartolomeo è coraggioso, si vuole fare tanto con poco, ed è da queste sfide che il mondo dell’arte tira fuori sempre il meglio».
Prendendo spunto da un testo del filosofo Giorgio Agamben, dalle cui riflessioni è sorta l’idea di Vice-versa, tema del Padiglione Italia di quest’anno, vorrei chiederti cosa significa per te essere contemporaneo?
«Contemporaneo è camminare per la città senza seguire alcun principio di causa ed effetto».
Se potessi scegliere, a quale Padiglione vorresti partecipare?
«Il padiglione Italia naturalmente, mi hanno sempre chiamato il Marlon Brandon di Casalpusterlengo»

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