ASPETTANDO I BARBARI |

di - 20 Novembre 2008
Tra le tante polemiche e discussioni scatenate dalla mostra Italics, a cura di Francesco Bonami, uno degli attacchi al tempo stesso più cruenti e interessanti è quello di Germano Celant: “Nel creare la sua raccolta il curatore-collezionista Bonami ha evitato di analizzare il percorso genealogico dell’arte contemporanea con i suoi strappi, i suoi sconvolgimenti e i suoi procedimenti trasversali proiettati verso la sperimentazione e verso la restaurazione, verso la progressione e verso la regressione. Si è dedicato esclusivamente a un montaggio appiattente e scansafatiche del materiale visivo degli oggetti, scelti senza alcuna attenzione allo specifico temporale, ma solo al contenuto banale e ottuso” (L’Espresso, 3 ottobre 2008).
Il punto di vista di Celant è che il livellamento imposto dal “curatore-collezionista” annulli qualsiasi prospettiva storica e critica, per assumere i connotati di una semplice “esposizione”. L’opera d’arte viene spogliata non solo del suo contesto originario, ma delle sue connessioni e infine del suo funzionamento, e ridotta a pura apparenza, a simulacro: “Il ‘metodo Bonami’ distrugge ogni dispositivo problematico e politico, formale e analitico rispetto al reale e all’arte. Svuota le energie vitali e storiche degli artisti, per sottoporle a un’idealizzazione e a un piatto ridimensionamento ornamentale delle loro funzioni radicali oppure conservatrici“.
In qualche modo nel percorso della mostra, secondo Celant, il modello di opera degli ultimi vent’anni (ri-)struttura e adatta oggetti che in teoria avrebbero già un’identità affermata, ricca, incontrovertibile, come le opere del periodo precedente. Di qui, probabilmente, le vive proteste di alcuni artisti, contro ciò che essi individuano come un’imperdonabile deformazione e distorsione dei loro intenti.

Ma il punto centrale di questa disputa è un altro: l’incomunicabilità – ovvero, l’assenza di qualsiasi possibilità di comunicazione, per mancanza di un linguaggio comune – tra queste due prospettive, che segna il passaggio epocale. Certamente, la mostra e i dibattiti sono solo indizi di qualcosa che è molto più ampio, e che coinvolge importanti trasformazioni della società. Questo qualcosa ha a che fare con la trasmissione delle idee e, più ancora, con la loro traduzione. Quando cambiano le premesse ideologiche, e cambia la funzione stessa dell’ideologia, come si regola la ricezione degli stessi prodotti culturali? Che cosa avviene al background culturale, in che modo esso viene modificato, accettato o rifiutato?
È il problema che arrivano a riconoscere e a porsi, non a caso, persino Claudio Magris e Alessandro Baricco conversando sul saggio di quest’ultimo, I barbari, ristampato recentemente da Feltrinelli. Il tema dei “barbari” e della “mutazione” suggerisce inevitabilmente una prospettiva apocalittica e almeno parzialmente snob. Ma l’aspetto centrale è quello di un possibile confronto con la trasformazione “antropologica” in atto: “Capire la mutazione, accettarla, è l’unico modo di conservare una possibilità di giudizio, di scelta. Se si riconosce alla nuova civiltà barbara uno statuto, appunto, di civiltà, allora diventa possibile discuterne i tratti più deboli, che sono molti. D’altronde io credo che la stessa barbarie abbia una certa coscienza dei suoi limiti, dei suoi passaggi rischiosi e potenzialmente autodistruttivi: in un certo senso sente il bisogno di vecchi maestri, ne ha una fame spasmodica: il fatto è che i vecchi maestri spesso non accettano di sedersi a un tavolo comune, e questo complica le cose” (Corriere della Sera, 7 ottobre 2008).

Ma che succede se maestri e nuovi barbari non parlano la stessa lingua? Succede che s’interrompe la catena di interpretazioni, s’interrompe la narrazione. Non si tratta perciò tanto di sedersi a un tavolo comune, dal momento che quello è già rappresentato dai media, al tempo stesso rumore bianco e amplificatori delle istanze. Piuttosto, questo stesso scontro inconciliabile è un tema forte, un argomento interessante e un segno dello Zeitgeist. Via le moine insopportabili e le dissimulazioni, viene alla luce la struttura fondamentale di questo momento storico, anche attraverso i tentativi (più o meno riusciti) di “annettere” il passato recente e le sue espressioni. Il mancato aggancio con The Italian Metamorphosis, 1943-1968, curata nel 1994 al Guggenheim di New York proprio da Celant, è perfettamente indicativo da questo punto di vista. Ma davvero la connessione non è riuscita? O, piuttosto, la differenza antitetica nel metodo è essa stessa indicativa di un clima radicalmente mutato? Le fratture e le interruzioni, molto più delle continuità simulate, rivelano efficacemente quali sono le nuove esigenze di un periodo. Per esempio, quella di sganciare oggetti artistici e prodotti culturali dal continuum della storia e renderli fruibili al di là della percezione temporale (vale a dire, critica). L’i-Podizzazione della cultura colpisce ancora.

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La recensione di Italics
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L’articolo di Celant
L’articolo di Magris e Baricco

christian caliandro


*articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 53. Te l’eri perso? Abbonati!

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