Bentornata Galleria

di - 16 Aprile 2014

Quattro sale, 150 opere selezionate, un secolo di storia narrata per immagini, tre collezioni riunite per la prima volta e convogliate in un’unica e suggestiva sede. Sono questi i numeri della Galleria d’Arte Moderna Achille Forti, inaugurata con i migliori auspici nella nuova sede di Palazzo della Ragione, nel cuore pulsante di una Verona benedetta dal tempo primaverile.
L’intento? Restituire la città ai veronesi, e al suo turismo. Semplice? A dirsi, forse.
Ma lui, Luca Massimo Barbero, è un direttore artistico non comune. Fermo, affabile e carismatico, non si scompone nemmeno di fronte alle provocazioni di chi, maliziosamente o meno, insinua dubbi circa le opere (per ora) rimaste in deposito: «I pezzi migliori li trovate esposti in questa mostra inaugurale. La galleria, nella sua forma rinnovata, non vuole essere un ospizio bensì una culla, e noi siamo gli umili artigiani incaricati di operare una selezione e portare alla luce i frutti migliori».

Torinese di nascita, un passato da studente veronese, così definisce il restyling: «Quello che mi è stato affidato è un compito straordinario: avere a disposizione tre collezioni di grande qualità tra cui scegliere e selezionare al fine di disegnare e costruire un percorso che le veda unite per la prima volta, è un sogno per un curatore e uno storico dell’arte».
Le collezioni in questione sono quelle provenienti dalle Fondazioni Cariverona, Domus e delle raccolte Civiche, queste ultime costituite in larga parte dal lascito di Achille Forti e protagoniste, insieme all’omonimo Palazzo, della querelle circa l’intenzione manifestata dal Comune di vendere lo storico edificio di via Emilei nonostante il vincolo testamentario che citava «l’obbligo di destinarlo a sede della Galleria d’arte moderna». Fatto, questo, che oltre a decretare le dimissioni dell’allora direttore Giorgio Cortenova (in concomitanza, peraltro, con l’avvento dell’era Goldin) sollevò l’indignazione dell’opinione pubblica estera.

Collocata al Piano Nobile del Palazzo della Ragione, antico nucleo della città scaligera, l’esposizione “Galleria d’Arte Moderna Achille Forti a Palazzo della Ragione. Le collezioni: Verona 1840 – 1940” si snoda in un percorso lungo quattro sale. Salita la Scala della Ragione e varcato il nuovo ingresso vetrato, si è introdotti nella Sala delle Colonne, ove sono racchiusi, tra gli altri, gli scatti documentaristici del fotografo Richard Lotze, l’Uccisione di Carlotta Aschieri il 6 ottobre 1866 di Pietro Rossi, che nella pubblicità di un noto liquore presenta un inedito elemento pop ante litteram, e Meditazione di Francesco Hayez, capolavoro dell’intera collezione e allegoria di una Verona oppressa e iconograficamente legata alle vicende risorgimentali. Commissionata nel contesto di un’Italia violata dall’occupazione austriaca, l’opera reca infatti, impresse sulle croce, le date dei moti milanesi del 1848.
Nella Sala Quadrata seguono le sculture di Medardo Rosso, Bookmaker ed Ecce Puer, le opere del veronese Angelo dall’Oca Bianca, quelle di Angelo Morbelli, Telemaco Signorini e Giovanni Fattori che, complice la vittoria risorgimentale e il venir meno del dominio austriaco nel 1866, appaiono votate al passaggio da una trattazione cupa della luce, a morbidezze di matrice scapigliata.
La Sala Picta dà voce ai fermenti artistici sorti con l’affacciarsi del XX secolo: continuamente in bilico tra avanguardia e tradizione, gli esiti dell’arte italiana precedente il primo conflitto mondiale sono messi a confronto con la ricerca dei coevi artisti veronesi. In questo senso le opere di Arturo Tosi e Gino Rossi dialogano con quelle di maestri del contemporaneo come Casorati, Severini, Morandi, Wildt, Soffici, De Pisis e i futuristi Balla e Boccioni.
Chiude il percorso la Sala Orientale, dedicata all’approfondimento delle correnti artistiche sviluppatesi tra le due guerre, con le opere Alberto Savinio e Ottone Rosai, le stranianti composizioni del Realismo Magico di Oppi, Donghi e Cagnaccio di San Pietro, le Due ballerine Fustigate di Guido Trentini (altra superba metafora di una Verona soggiogata) e il capolavoro di Arturo Martini, Donna che nuota sott’acqua, emblema dell’anti-scultura e di un’epocale crisi espressiva sommamente descritta nel celeberrimo saggio La Scultura lingua morta.
Quello che avviene tra le mura di Palazzo della Ragione è un dialogo plurimo tra il visitare e le opere che, lontane dall’imporre una visione univoca di sé stesse, presentano innumerevoli significati sottesi e molteplici possibilità di lettura, all’interno di uno spazio scandito dai rimandi alle antiche funzioni giuridiche del luogo (come le colonne, aggiunte all’inizio del XVII secolo per sostenere il peso delle gabbie collocate al piano superiore), un tempo sede dei tribunali, delle carceri cittadine  e quindi fulcro della civitas.
E all’ironica domanda su quali artisti metterebbe nelle carceri qualora esse vi fossero ancora, risponde un Barbero politically correct, che scherza sulla possibile attuazione di una performance alla Abramovic, sulla sua personale avversione per le gabbie di ogni genere, fisiche ma, soprattutto, mentali, e torna serio nel dedicare il lavoro compiuto «ai ragazzi», alle giovani generazioni.
Un percorso e soluzioni, forse un lieto fine, che rendono giustizia, nel luogo storicamente deputato all’amministrazione di quest’ultima, a collezioni che narrano le vicende storiche e l’identità di una città, le sue profonde radici storico-culturali e il rapporto che essa ha intrattenuto col mondo.

Giornalista pubblicista iscritta all’albo, lavora nel mondo dell’editoria e della comunicazione come autrice, content editor e addetta stampa. Collabora con riviste e quotidiani, occupandosi dei settori: mostre e arti visive, moda e mercato dell’arte.

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