Eliel David Martinez Julian, Brodo, happening, mostraIDENTITeat - Identità commestibili, a cura di Gemma Gulisano, Roma, Accademia Italiana, Courtesy Spazio Studi Arte, Foto Giulia Barone
Parlare di cibo appare spesso come qualcosa di banale, un argomento poco serio, superficiale e apparentemente privo di stimoli. Eppure mangiare, al di là delle differenze culturali, è un’attività che accomuna tutti indistintamente. Perché alla fine tutti mangiano. Proprio per questo, il fattore alimentare è un elemento che costituisce uno straordinario punto di osservazione sul presente e sui modi in cui costruiamo la nostra identità. IdentiEat, il progetto espositivo curato da Gemma Gulisano presso Accademia Italiana, a Roma, esplora proprio questo tema, perché è fondamentale andare oltre la semplice fotografia del pranzo condivisa sui social e cercare di comprendere quanto sia veramente complesso ed enormemente stratificato questo argomento.
Basta pensare che, da semplice necessità biologica, il cibo sia capace di assumere la forma di un vero e proprio dispositivo identitario, di memoria e persino di potere. Perché in un modo o nell’altro ogni scelta alimentare racconta qualcosa delle nostre abitudini, delle nostre convinzioni e, soprattutto, del rapporto che intratteniamo con il nostro corpo e con quello degli altri.
Gli artisti coinvolti in questa collettiva — Ginevra Collini, Margaux Compte Mergier, Claudia Evangelista, Progetto Fatuo, Andrea Frosolini, Collettivo GMRGP, Luca Grimaldi, Eliel David Martinez Julian, Cecilia Mentasti, Jacopo Natoli, Flavio Orlando, Gaia Scaramella e Carola Spina — indagano, attraverso linguaggi e pratiche eterogenee, proprio questo rapporto tra individuo e nutrimento, tra consumo e produzione, piacere e responsabilità, cercando di sviscerare il fenomeno affrontando diverse delle sue molteplici dimensioni.
In quest’ottica, il tema viene in parte riscattato dalla sua apparente banalità, dimostrandosi capace di attraversare ambiti spesso anche lontani tra loro e dunque rivelandosi non solo degno di discussione, ma di essere proprio approfondito.
Il visitatore si ritrova immerso in un percorso lastricato di installazioni che oscillano tra il macabro e l’ironico, giocando con elementi conflittuali come: abbondanza e scarsità, piacere e disgusto; happening culinari che valorizzano l’aggregazione e promuovono la visione della cucina come spazio collettivo e del pasto come momento di condivisione; e opere che penetrano nella memoria per cercano di ingannare e far riflettere o magari solo di rivangare qualche vecchio ricordo così da riaprire uno spazio di dialogo tra passato e presente.
La forza di questa collettiva infatti sta nella scelta di affrontare il tema utilizzando il fattore alimentare non tanto come focus in senso stretto, ma più che altro come un espediente, una lente attraverso cui osservare dinamiche contemporanee.
La mostra, per come è articolata, riesce a restituire importanza al dialogo e al dibattito riguardo un fenomeno costantemente a rischio di essere dato per scontato. Riportare al centro dell’attenzione ciò che accompagna silenziosamente la vita di ogni individuo, sottraendolo all’automatismo dell’abitudine, significa anche restituire importanza alle persone stesse.
L’automazione e l’industrializzazione della nostra sfera alimentare riflettono infatti un processo più ampio e strettamente legato alla nostra stessa condizione. Ridurre il cibo a una semplice banalità, o relegarlo alla sola dimensione utilitaristica di mezzo di sostentamento, come se nutrirsi fosse il suo unico fine e l’unica fonte di valore equivale, infatti, a vedere il cibo unicamente come carburante funzionale ad alimentare delle macchine per prevenire malfunzionamenti e arresti forzati.
Lo scopo di IdentiEat non è, dunque, definire il significato del cibo ma di moltiplicarne le possibilità di lettura, tenendo in vita il confronto e strutturando, nell’ambito di un’esperienza espositiva, un terreno fertile per la riflessione.
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