Il magico, salvifico mondo di Pierre Huyghe

di - 12 Dicembre 2013
Pierre Huyghe (1962, Parigi) unisce più sguardi e discipline insieme: è artista, architetto e designer. Fino al 6 gennaio, è presente con una cinquantina di progetti nella galleria sud del Centre Pompidou, tra cui figurano gli ultimi The Host and the Cloud (2010) e Untilled (2012), ed alcuni tra i più emblematici del suo percorso artistico come Blanche Neige Lucie, Atari Light e Streamside Day. Alcune opere sono frutto di intense collaborazioni con altri artisti, come con Philippe Parreno, in mostra attualmente al Palais de Tokyo, con il quale ha realizzato Temporary School (1996) insieme a Dominique Gonzalez-Foerster, o Anna Sanders, l’Histoire d’un sentiment (1996 – 1997), A Smile Without a Cat, 7 décembre 2002 (Film 35 mm), tra gli altri anche In the Belly of Anarchitect (2004) con Rirkrit Tiravanija, e Terra Incognita/Isla Ociosidad pavilion (2006) con François Roche, R&Sie(n) architectes.
In questa bella mostra Huyghe esplora le problematiche e i processi estetici, ma realizza soprattutto un inno alla trasformazione, intesa come crescita o deterioramento, che si oppone in maniera naturale e spontanea ad ogni possibile rappresentazione artistica e che mira a conservare l’opera più che ad esplorarne le fragilità e le potenzialità.
«Quello che mi interessa è costruire situazioni che si verificano nella vita reale», afferma Pierre Huyghe. Senza inizio, né fine, senza un percorso da seguire, l’artista francese crea progetti fuori dai codici di rappresentazione. Impossibile, quindi, tratteggiare una lettura lineare e logica, perché qui la materia che manipola Huyghe è organica, vivente, a dir poco insolita per i centri espostivi. Qual è allora la materia di Huyghe? Ciò che balza agli occhi entrando in galleria è un magnifico levriero bianco femmina dalla zampa tatuata in rosa fucsia a mo’ di un lungo guanto, il suo nome è Human, e passeggia disinvolta tra il pubblico scombussolato che la chiama, la fotografa e la carezza. Human è parte del progetto intitolato Untilled (2011- 2012) prodotto per Documenta (13), è già stato presentato nel bel mezzo di un compost nel parco di Karlsaue a Kassel, fuori dai dispositivi museali, tra marijuana, frutti velenosi, una quercia sradicata di Joseph Beuys e la scultura di un corpo femminile allungato con testa interamente ricoperta da un alveare, presente qui al Pompidou. «Gli animali posseggono una loro scrittura ingiustamente considerata casuale, che ho sempre più voglia di esplorare», spiega Huyghe.
Sconcertante ed enigmatica, la sua opera – afferma Huyghe – è volta alla ricerca di situazioni, nella volontà di esporre le persone a qualcosa, piuttosto che l’opera a qualcuno. Come ad esempio Zoodram 4 (2011) che contiene un paguro bernardo che abita niente di meno che in una maschera di resina che rappresenta la Musa dormiente (1910) di Constantin Brancusi, in perfetto dialogo sia con l’atelier Brancusi, sito ai piedi del Pompidou, sia con il senso dell’opera brancusiana per quella tensione volta a far emergere una coscienza universale. Gli zoodrams di Huyghe sono mondi a sé, ecosistemi marini abitati da invertebrati come granchi o ragni di mare, questi vengono selezionati in base al loro comportamento.
Gli spazi della mostra, che senza essere grandissimi, diventano labirinti in cui tutto è contingenza e dove i visitatori si ritrovano ad inseguire le opere, come per esempio i personaggi che con maschere di animali sulla testa passeggiano liberamente nelle sale. Il pubblico perde lo statuto di semplice spettatore per acquisire quello di testimone di luoghi in cui protagonista è la metamorfosi, in cui anche un breve momento rivive, recupera il suo spazio nella scansione del tempo. Lo spettatore si ritrova così, tra realtà e sogno, fuori dal vortice della spersonalizzazione e mercificazione del tempo.
Non a caso nel 1995 Huyghe ha fondato l’Association des temps libérés (Associazione del tempo liberato) finalizzata a una riflessione approfondita sui tempi improduttivi, ovvero sulle modalità del tempo libero e lo sviluppo di una società senza lavoro. In questo contesto un’opera da menzionare è certo The Host and the Cloud (Film, video HD, colori, suono, 2h, 1 min 30 –  2010) girato in live nel Museo delle Arti e delle Tradizioni Popolari di Parigi durante tre sere di seguito, con cinque videocamere che hanno filmato per un totale di 60 ore. Presenti quindici attori che girovagavano liberamente negli spazi del museo, reagendo spontaneamente a stimoli diversi come a sonniferi, a sessioni di ipnosi o all’alcool. Tutto sotto lo sguardo di cinquanta testimoni che restituivano situazioni tra caos e perdita di controllo totale. Per volontà dell’artista, l’esposizione ha conservato tracce di precedenti esposizioni, come alcuni titoli delle opere di Mike Kelley, di scena la primavera passata, come una sorta di libera visione sull’archeologia del futuro. Dopo Parigi, la mostra andrà al Ludwig Museum di Colonia (aprile-luglio 2014) e poi al LACMA di Los Angeles (novembre 2014 a Marzo 2015).

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