L’arte come terapia: una raccolta fondi per i bambini di Gaza

di - 8 Gennaio 2025

Mentre la guerra incombe tra le strade di Gaza – durante la notte tra il 7 e l’8, gennaio un raid israeliano ha causato la morte di almeno 9 persone tra cui un bambino e un neonato, e nella giornata di oggi l’Idf ha ritrovato i corpi senza vita di due ostaggi –, qualcuno si dedica a trasformare il dolore in speranza, attraverso l’arte. Ahmed Muhanna, terapista artistico e partecipante alla Biennale di Gaza, ha lanciato una campagna di raccolta fondi su Gofundme, per fornire materiale artistico ai bambini palestinesi. Il suo obiettivo è aiutarli a elaborare i traumi attraverso l’arteterapia, un approccio che si è dimostrato fondamentale per affrontare paure, ansie e tensioni in un contesto di conflitto costante.

«Lavoro con i bambini nel campo delle arti visive e attraverso la terapia psicologica ed emotiva attraverso le arti visive», scrive Muhanna nella descrizione della campagna sulla piattaforma GoFundMe: «Abbiamo bisogno del tuo aiuto per fornire gli strumenti necessari per lavorare con i bambini che soffrono di paura e stress grave». L’artista, che gestisce anche uno studio a Gaza, mira a raccogliere 50mila euro per reperire materiale utile alla realizzazione di progetti artistici, contando le enormi difficoltà logistiche e la scarsità di forniture nell’area. «Durante i primi tre mesi del conflitto, non riuscivo neanche a tenere in mano un pennello», ha raccontato Muhanna, sottolineando, al contempo, quanto sia essenziale fornire supporto psicologico attraverso l’arte. I laboratori artistici nei rifugi per i profughi palestinesi rappresentano un momento di creatività e di quotidianità, durante il quale i bambini possono sentirsi sicuri, per iniziare a elaborare i traumi e avviare un percorso di guarigione.

La raccolta fondi avviata da Muhanna prosegue le attività della Biennale di Gaza, lanciata a novembre 2024 e promossa da artisti come Tasneem Shatat, originario di Khan Younis, e supportata da istituzioni come l’Al Risan Art Museum in Cisgiordania. La manifestazione punta a mira creare una piattaforma di visibilità per gli artisti palestinesi sia residenti a Gaza che rifugiati all’estero, in un contesto nel quale far sentire la propria voce è tanto difficile quanto vitale. Nonostante le difficoltà logistiche e la mancanza di risorse, i circa 50 artisti coinvolti continuano a creare opere che riflettono le loro esperienze e la resilienza del popolo palestinese. Ad esempio, l’artista Aya Juha di Gaza Nord ha realizzato delle installazioni nel suo studio, mentre Osama Naqqa, nella regione di Khan Younis, ha prodotto disegni digitali utilizzando il suo telefono. «La Biennale Gaza segna un passo creativo al di fuori dei tradizionali schemi espositivi», spiegano gli organizzatori. «Riflette la sensibilità e la specificità della nostra situazione, rendendola un evento urgente ed eccezionale. Al centro dello scopo artistico c’è la lotta di un popolo per sopravvivere».

Muhanna non è il solo a usare l’arte come strumento terapeutico. Iniziative come la Witness and Memory Initiative e la Refugee Alliance International lavorano per fornire materiale artistico e organizzare sessioni di terapia per i bambini colpiti dalla guerra. La Witness and Memory Initiative, operativa a Gaza, raccoglie fondi per acquistare quaderni, colori e altri strumenti artistici e al momento ha raccolto circa 2.500 euro, mentre Refugee Alliance, ente di beneficenza no-profit con sede negli Stati Uniti, si rivolge ai rifugiati palestinesi in Egitto, offrendo sessioni terapeutiche per bambini evacuati per ragioni mediche, e ha lanciato un’altra campagna di raccolta fondi sul suo sito.

Durante le vacanze di Natale, a mobilitarsi era stata Jenny Holzer: l’artista concettuale americana ha ideato una serie di doni creativi, destinati a 300 bambini colpiti dalla guerra in Ucraina.

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