A livello squisitamente organizzativo, che differenze
ci sono nel curare una grande rassegna negli Stati Uniti e invece una a
Venezia?
La Biennale del Whitney è una mostra molto importante,
particolarmente qui negli Stati Uniti, ma rimane una mostra. Venezia è un mostro,
non ha mai la dimensione di una semplice mostra, ma è qualcosa di molto più
complicato, diversificato e ampio. Insomma, la Biennale del Whitney è
relativamente semplice da organizzare, mentre Venezia è estremamente
complicata.
Come hai impostato la collaborazione con il tuo collega
Gary Carrion-Murayari e come avete lavorato nella ricerca degli artisti?
Gary è l’associate curator della Biennale; tecnicamente io
ero quello che avrebbe dovuto prendere tutte le decisioni. Ma alla mia età è
essenziale avvalersi di colleghi giovani che possano darti il polso della
situazione, con i quali tu possa costantemente controllare il tuo livello di
rincoglionimento. Gary quindi è diventato co-curatore a tutti gli effetti. Le
decisioni le abbiamo prese insieme e ci siamo basati su opere o su progetti
precisi, non sui nomi degli artisti. Avremo praticamente un’opera per ogni
artista. Non volevamo cadere nel rischio di presentare mini-personali. La
mostra è pensata come una collezione ideale del 2010 di arte fatta in America.
Come sei stato scelto e quali strumenti e corsie
preferenziali ti permettono di lavorare alla Biennale?
Sono stato scelto in modo molto semplice. Mi ha chiamato
la chief curator
Donna di Salvo e mi ha detto: “Ci piacerebbe che tu fossi il curatore della
prossima Biennial. Con chi ti piacerebbe lavorare dentro al museo?”. Poi ho incontrato dopo qualche
giorno il direttore Adam Weinberg e abbiamo parlato di qualche dettaglio e la
cosa è stata annunciata. Sembra incredibile, ma è così. Stimavano il mio lavoro
e mi hanno chiesto di lavorare per loro. Non ho dovuto dimostrare nulla o
leccare il sedere di nessuno. Se la Biennial sarà uno schifo magari non saranno
felici, ma nessuno ne farà un dramma o mi verrà a dire che la mia carriera è
finita, come mi fu detto a Venezia il giorno dopo l’inaugurazione e dopo la
prima recensione che stroncava la mostra. In America sono molto pragmatici. Una
mostra è sempre e solo una mostra, dopo tutto.
Un’intervista a cuore aperto. E a lingua sciolta.
Perché sul nuovo Exibart.onpaper mister Bonami spiega molto, molto di più –
dalla filosofia al budget – dell’evento che aprirà i battenti il 25 febbraio e
resterà fino alla fine di maggio al Whitney Museum, affiancato quest’anno da una
retrospettiva sulle edizioni precedenti. E, tra una chiacchiera e l’altra, il
“curator, writer, journalist, activist, optimist, casinist” spara qualche
bordata. Perché lui, pur essendo ormai cittadino americano, da buon toscanaccio
non le manda certo a dire. Ai colleghi curatori, internazionali o meno, al
“Sistema Italia” e agli artisti d’oggi. Discettando della differenza tra
l’“inciucio” tricolore e quello a stelle & strisce, tessendo un panegirico
dell’assist, prestandosi pure al gioco del “se fossi” nei panni nientemeno che
del Ministro dei Beni Culturali. Ma il sogno vero è un altro…
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