Paladino pubblico

di - 16 Maggio 2017
Dopo l’acclamata The Floating Piers di Christo e il più recente “Brescia Photo Festival” le cui mostre sono ancora in corso, è nuovamente Brescia che, in pieno fermento biennalesco, lo scorso 5 maggio ha inaugurato la prima edizione di “Brixia Contemporary”, un vero e proprio percorso d’artista che coinvolge alcuni dei luoghi più identificativi della città.
Mimmo Paladino è l’artista invitato a collaudare questo progetto, che rimarrà visitabile sino a gennaio 2018 e vede coinvolte 72 opere del Maestro collocate tra la metropolitana della stazione ferroviaria, Piazza Vittoria, il Museo di Santa Giulia, il Parco Archeologico di Brescia Romana e il Teatro Romano.
L’idea è nata dal condiviso accordo del Comune con la Fondazione Brescia Musei: il direttore di quest’ultima, Luigi Maria di Corato, nonché curatore del progetto, definisce la scelta di Mimmo Paladino  assolutamente non casuale «Per la sua capacità di alimentare la storia, trasformando i simboli della cultura figurativa del Mediterraneo, dagli archetipi al Novecento». Brescia, tra l’altro, è stata determinante per l’artista che nel 1975 qui presentò una delle sue prime mostre personali, alla Galleria Piero Cavellini.
Tra i luoghi di una città intrisa di lasciti storici di età romana, longobarda, medioevale, ma anche di più recente epoca fascista, vediamo le opere di Paladino inserirsi in punta di piedi attraverso l’esperienza di un artista contemporaneo che proprio al passato ha sempre attinto e volto il suo sguardo.
La sua produzione, solitamente identificata quale portavoce della Transavarguardia degli anni Ottanta, ha sempre trasceso questo movimento attraverso un approccio estremamente eclettico e sperimentale, che l’ha resa varia e diversificata. Proprio questa versatilità scaturisce dal progetto messo a punto a Brescia, dove le opere di Paladino si integrano con armonia ad ogni contesto in cui sono inserite. L’obbiettivo di tale impresa, oltre ad essere la volontà di avvicinare all’arte contemporanea la città, è anche di guidare alla riscoperta di quei luoghi che, per lo sguardo di chi li frequenta quotidianamente, sono divenuti abitudinari.  
E così tra le rovine dell’ingresso del Capitolium si possono scorgere nuove presenze, i Testimoni (2009), sculture in tufo di figure archetipiche, immobili e silenziose. Nonostante si trovino qui da pochi giorni essi sembrano eternamente legati alla misticità di questo luogo, come se da sempre si trovassero a presenziarlo. Per la prima sala del Tempio, Paladino propone invece 5 opere a parete del 1997 realizzate a tecnica mista su foglia d’oro, mentre nella Quarta Cella, stanza magnificamente affrescata e di più recente scoperta, ad accoglierci c’è Ritiro (1992), un colosso in bronzo dipinto posto ad evocare la divinità protettrice del tempio, di cui venne trovata la testa marmorea proprio in questo spazio.
Il Teatro Romano è polo d’attrazione dell’evento con un’installazione formata da 5 specchi ustori in ottone, serigrafati e dipinti, di 5 metri ciascuno, realizzati dall’artista appositamente per questo ambiente.
Presso il Museo di Santa Giulia, sparse tra i chiostri, i mosaici, la basilica longobarda di San Salvatore e la domus dell’Ortaglia ancora figure, velari, bronzi, Bue Apis e altre opere che sono il riflesso del meraviglioso immaginario dell’artista, poste ad intercalare un percorso di rivisitazione dei tradizionali allestimenti del museo per creare nuove visioni, confronti e interpretazioni.
Ma anche gli spazi fuori dal museo sono coinvolti. Presso la metropolitana della stazione, come dicevamo sopra, è allestita una monumentale terracotta a parete di 80 metri quadri, segno di continuità con “Subbrixia”, la manifestazione che ha visto la presenza di artisti contemporanei con opere site-specific nella nuova metro della città.
In Piazza Vittoria, realizzata nel 1927 su progetto di Marcello Piacentini ed emblema della geometrica e austera architettura di epoca fascista, hanno preso posto alcune sculture tra le più rappresentative del lavoro di Paladino. A trionfare tra gli imponenti spazi vediamo il gigantesco Zenith, scultura equestre del 1999, il grande Anello e, sulla superficie di una fontana a pavimento, una Stella. Ancora, sul basamento che durante il fascismo ospitava il “bigio” di Arturo Dazzi, scultura molto contestata nell’immediato dopoguerra e rimossa nel 1946, l’artista ha eretto una stele in marmo nero di una figura maschile in stile avanguardista: quest’opera resterà a Brescia vent’anni.
E così, questa “Ouverture” ambisce ad essere un evento determinante per Brescia e, a dimostrazione della forte sensibilità che la città sta dimostrando nei confronti dell’arte contemporanea, non è nemmeno trascurabile il fatto che alcune aziende locali abbiano supportato l’iniziativa e fornito i materiali utilizzati per la realizzazione di alcune opere.
Simona Caccia

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