Nel 1519 Hernàn Cortés sbarcava a Veracruz dando il via alla conquista del Messico, che avrebbe portato alla distruzione di un intero popolo. Oggi il Messico arriva in Italia, mostrando tutta la grandezza della civiltà precolombiana sterminata dal dio biondo venuto dal mare, proprio come avevano previsto i sacerdoti aztechi rifacendosi alle antiche profezie e ai molti presagi di sventura che –al tempo- sembrarono coincidere in modo esatto e terribile.
La mostra presenta un gran numero di reperti assolutamente mai visti nel nostro Paese (alcuni addirittura mai usciti dal Messico), come gli ultimi ritrovamenti frutto dei recenti scavi presso il Templo Mayor di Tenochtitlàn, l’odierna Città del Messico.
L’intento dei curatori è quello di far conoscere la vera cultura del popolo pre-ispanico mostrandone gli aspetti sociali, religiosi e filosofici, fino ai più semplici momenti di vita quotidiana. Soprattutto andando al di là dei facili stereotipi da paese esotico e magico, che spesso hanno accompagnato l’immaginario collettivo occidentale.
Questo avviene attraverso la presentazione di vari oggetti votivi o d’uso pratico, a cui è affidato il racconto di com’era organizzata la società azteca: dal sistema di caste alla struttura amministrativa e religiosa, dagli albori della civiltà, fino al tragico capitolo finale.
Una buona parte del percorso espositivo è dedicata alle statue degli dei adorati dagli Aztechi che -com’è noto- facevano ruotare l’esistenza e –la sussistenza- del loro intero pantheon con i numerosi sacrifici umani. Le vittime erano spesso dei giovani volontari, oppure malati o infermi, offerti alle divinità dall’aspetto antropomorfo o animale.
Ma accanto alle tante cerimonie sanguinose, era forte anche il rispetto per la vita della natura e degli animali. Una dualità, questa, che caratterizzava l’intera cultura azteca, in cui la morte e la vita, la luce e il buio, erano esemplificazione della concezione dell’esistenza quale espressione della natura doppia del cosmo. Così è facile comprendere l’adorazione della dea della fertilità accanto a quella del dio della notte e della guerra (Tezcatlipoca), della dea dell’agricoltura insieme a quello del fuoco: le loro raffigurazioni sono esposte al Palazzo Ruspoli insieme ai coltelli da sacrificio e ai preziosi che tanto colpirono gli Spagnoli.
Perché se da un lato Còrtes non poté non considerare gli Aztechi dei selvaggi privi di Dio, dall’altro rimase folgorato dalla bellezza dei mercati, delle architetture delle città e dallo sfarzo dei gioielli del re Moctezuma II e dei suoi nobili, gli unici che potevano ornarsi d’oro. Questo metallo, infatti, era considerato un’escrescenza del Sole e come tale era negato alle persone comuni (macehualtin, in Nahuatl, l’antico idioma azteco) che potevano usare solo ornamenti in terracotta o osso.
Ma tutto questo è solo una parte del grande mistero azteco svelato dalla mostra che attraverso i reperti raccolti –dagli altari alle ossa, dai calendari fino al crocifisso introdotto dalla cristianità spagnola– ha il grande pregio di condurre il visitatore nell’antico Messico. Anche grazie al gusto per la rappresentazione scenica negli allestimenti (non per nulla affidati ancora una volta a Ezio Frigerio) che contribuisce a rendere ancor più suggestivo il percorso.
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