Fotografia, digitale, pittura. Tre procedimenti, uno conseguente all’altro, sono alla base della realizzazione dell’opera. Steven Meek acquisisce l’immagine con la fotografia; successivamente la manipola e la deforma trasponendola in digitale; infine, a mano libera, la dipinge su tela o su tavola, ricostruendola tassello per tassello, con la medesima quadrettatura che gli artisti rinascimentali impiegavano per riprodurre su grandi superfici i disegni preparatori dei loro capolavori. Nelle opere rinascimentali la griglia scompare al termine del procedimento; ma in Meek resta: è il suo occhio sul mondo, sulla realtà che spia, indaga e denuncia. I suoi lavori ritraggono i cortei che a Roma invadono le strade e le piazze, quelli contro la guerra, come in The quiet
Un’opera quindi che fonda le sue radici nel sociale e nella politica, attraverso persone che osserva con curiosità, e che ritrae e immortala da cronista. Questo stesso atteggiamento torna anche in Funeral, dove l’artista riproduce su grande scala la foto d’epoca di un corteo funebre in una piazza del Meridione italiano, restituendo fedelmente la composta drammaticità di una manifestazione di dolore e lutto.
Dalle grandi alle piccole dimensioni il tema rimane invariato: flash veloci, tratti da due quotidiani: la Repubblica e il Corriere della Sera, ripropongono episodi di cronaca, immagini distorte e sfocate, quasi spettrali, che traducono in pittura la drammatica, vicinissima realtà della guerra in Iraq.
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Vik Muniz
daniela bruni
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