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Fino al 22.XI.2018 | Vettor Pisani | Galleria Mario Iannelli, Roma

di - 14 Novembre 2018
“Sono l’ultimo grande artista del passato e il primo del tempo futuro, il più grande  della modernità, una cerniera dei tempi a venire. Dopo di me non ci saranno più né Arte moderna né artisti moderni, solisti e single, ma un’Arte totale collettiva”. Così scrive Vettor Pisani nel suo Manifesto Rosacroce italiano per l’Arte Moderna, pubblicato in “Vettor Pisani. Napoli Borderline”, catalogo edito nel 2006 da Rino Costa Arte Contemporanea di Valenza, in collaborazione con Cardelli e Fontana di Sarzana. Artista complesso e solitario, Vettor Pisani è stato recentemente celebrato da un’ampia retrospettiva al Madre di Napoli, corredata dal primo catalogo ragionato delle sue opere. La mostra, emblematicamente intitolata “Eroico e Antieroico”, ha messo in luce la duplicità della riflessione di Pisani, sospesa tra mito e pubblicità, esoterismo ed ironia, retorica e leggerezza.
Nato a Bari nel 1934 e morto suicida nel suo studio romano nel 2011, impiccandosi con i lacci delle scarpe, morte tragica e teatrale insieme, Vettor Pisani amava raccontare di essere figlio di un ufficiale della Marina e di una ballerina di strip-tease di Ischia. Una storia inventata, così come la nascita a Ischia o a Napoli, che parte dalle reali origini ischitane della sua famiglia e approda ad un favolistico racconto, a tratti epico. Un modus cogitandi che è tipico di tutta la sua ricerca in cui non cessa neanche per un istante di confondere le acque diluendo la realtà nell’irrealtà e sovrapponendo verità e finzione. Insofferente alle convenzioni e alla concezione tradizionale del fare arte, rintraccia nel Novecento la sua personale mitografia, che da Böcklin approda a Duchamp, Dali, Bellmer, Klein, Beuys fino a Gino De Dominicis, suo sodale, fraterno compagno di strada. Si appassiona presto all’alchimia e alla filosofia Rosacroce, intesa come stato di perfezione morale e spirituale, volto a diffondere le arti sotto l’egida di un’elevata spiritualità.
Vettor Pisani, 2010, Senza titolo acrilico su carta
Emblema della postmodernità di cui ha saputo interpretare sia le derive narcisistiche che gli aspetti avveniristici e prefigurali, Vettor Pisani, che ha preso parte a Documenta V nel 1972 e a svariate edizioni della Biennale di Venezia, è Interprete tragicomico dell’esistenza, della funzione dell’arte e dell’artista, di cui, senza falsa modestia, si sente custode, forse l’ultimo dei grandi, certamente il sigillo di un’epoca. Attinge liberamente alla storia dell’arte, mixando opere celebri a immagini della pubblicità. Con lui e pochi altri la sacralità, l’intoccabilità, l’autorità (e l’autorialità) dell’opera d’arte si sono disfatte nel voyeurismo e nella provocazione. In un continuo susseguirsi di simboli rosacrociani e massonici Pisani riflette sui grandi temi: vita, morte, arte, natura, fede. Simili a rebus, le sue opere sembrano offrire chiavi di lettura all’esistenza che però nessuno riesce a cogliere fino in fondo.
Oggi l’artista torna ad essere protagonista in una nuova mostra a Roma, presso la Galleria di Mario Iannelli, che dopo un’apprezzabile programmazione di giovani artisti propone la prima personale di un maestro. Una scelta tutt’altro che casuale, dal momento che proprio Pisani nel 2010, nello spazio berlinese della galleria (poi chiuso in occasione dell’apertura di quello romano, a pochi passi dal Maxxi), aveva tenuto una personale intitolata “Il mio cuore è un cupo abisso”. Iannelli riprende quella ed altre esperienze vissute al fianco dell’artista (la loro collaborazione risale al 2008, anno della personale di Pisani nella galleria romana di Massimo Riposati) e ne offre una rapida sintesi in un percorso fatto di sole tre opere installative e una decina di opere su carta. Un tracciato sintetico della polimorfica personalità di Pisani, che amava definirsi “artista, commediografo, mastro muratore”, in ottemperanza all’universo rosacrociano e massonico, ma comunque coinvolgente, in cui le opere si intrecciano con aneddoti e ricordi personali. Uno su tutti quello della macchina celibe con piramide rovesciata sospesa (ancora tutta da interpretare è in Pisani l’iconografia dell’appeso, sia esso uomo o oggetto, drammaticamente ricorrente, persino nella sua morte), montata dall’artista nella sua roulotte blu e acquistata dal gallerista prima che quest’ultima fosse ceduta ad alcuni operai in cambio di opere ci muratura al suo studio. E poi le installazioni Nekya ed Hermes psicopompo, testimonianze superstiti della personale berlinese,  assemblaggi di elementi simbolici volti a creare una situazione spiazzante, “bella come l’incontro fortuito su un tavolo di dissezione di una macchina da cucire e di un ombrello”, per dirla con Lautréamont. E infine le carte, silenzioso omaggio al suo amico Gino De Dominicis, con cui si rappresenta in una duplice, cupa effige, profili-ombra, citazione del Ritratto di Apollinare, dipinto da De Chirico nel 1914, profetica (e dubbia) prefigurazione dell’incidente bellico del poeta. In ogni dipinto-collage appare immancabile la figura sospesa, anonima e crocifissa, tetro emblema dello stato d’animo dell’artista e, con il senno di poi, preoccupante immagine della sua imminente fine.
Carmelo Cipriani
mostra visitata il 18 ottobre
Dal 9 ottobre al 22 novembre 2018
Vettor Pisani
Galleria Mario Iannelli
Via Flaminia 380, 00196 Roma
Orari: dal martedi al venerdi, dalle 15.00 alle19.00 o su appuntamento
Info: 06.89026885, info@marioiannelli.it, www.marioiannelli.it

Nato a Terlizzi nel 1980, è giornalista, critico d’arte e curatore indipendente. Dopo la laurea in Conservazione dei Beni Culturali presso l'Università degli Studi di Lecce, si perfeziona sull'Arte del Novecento all'Università degli Studi di Bari. Già cultore della materia in Museologia presso l’Università degli Studi della Calabria e docente a contratto presso l’Accademia di Belle Arti di Vibo Valentia, ha condotto studi specialistici e curato mostre per Soprintendenze, istituzioni e musei.  

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