Giovani e con le idee chiare, Jacob Cook (1978, australiano; vive a Londra) e Robert Ochardson (1976, scozzese; vive a Londra) prendono possesso dello spazio espositivo, prima uno poi l’altro, senza mischiare le carte.
All’ingresso, in tre battute semplici semplici, il primo convoca in rapida sequenza –da vero metteur en scène– architettura, flora e fauna. C’è la riproduzione in scala, che sovrasta il visitatore, di un modulo abitativo basic; c’è un hi-fi portatile di quelli che si usano oggi, tozzo e scuro benché di plastica, appollaiato sul ponte come un uccellaccio; e c’è, infine, stavolta a terra, un agglomerato di piccoli alberi di mandarini disposti in vasi improbabili.
Tutto qui. Ma basta premere “play” perché il giocattolo, come d’incanto, si animi. L’elettrodomestico sopra di noi, immobile e torvo come una telecamera, prende a lampeggiare di rosso e –soprattutto– a diffondere il verso lancinante del rapace di cui sospettavamo la presenza, pronto a spiccare un sinistro volo in cui tecnologia e furore non sono più quei nemici giurati che, invece, ci avevano raccontato.
In pochi metri quadri, messa così la faccenda, le piantine appaiono improvvisamente scompigliate (non per niente s’intitolano Landscape, queste tre installazioni) da un vigoroso vento di vallata che fa di quel fabbricato, lassù, un rifugio precario e irraggiungibile. La non-poesia del ready-made si ribalta, dunque, nel visionario –da scenetta mitologica– di un agguato minimo, orchestrato con piglio scanzonato e, insieme, evocativo. Un lampo: e se il mondo fosse una gigantesca voliera?
Ma avanti (anzi, Beyond), come sempre, c’è posto. Superata la buffa selva, ecco i lavori sospesi, isolati o a parete di Robert Ochardson, attraverso i quali, all’opposto, si sale direttamente a bordo –si direbbe– di un’astronave ben camuffata o da poco restylizzata (il dirigibile di Matthew Barney più che la navetta spaziale di Stanley Kubrick).
Fulgide geometrie in legno o in lana di vetro di un quasi tavolo, di un quasi separè e –perché no– di un quasi quadro: strutture pulsanti di un paesaggio perfezionato ma frugale –da pianeta della porta accanto– che sta tra l’abitare, il parco giochi e l’ipnosi ambient. Nel nitore assoluto e quasi segnaletico delle forme, in questa partitura musicale per quasi stanze, la scultura finge di arredare e fa il verso al design anni ‘50: tutto risulta familiare eppure inutilizzabile (quel tavolo, a ben guardare, è qualcosa di ancora più elementare: un fungo), con l’intervento plastico più perentorio che si dà senza quasi dichiararsi.
C’è il rigore minimal, certo, però esacerbato fino allo splendore della parodia.
pericle guaglianone
vista il 7 febbraio 2005
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