Quello sul petto di Pallade è l’impresa che avevano adottato i Medici, dal tempo di Giovanni di Avedardo: un anello con un diamante in punta incastonato. Così Sandro Botticelli dipinge la dea che doma il Centauro, ripetendo il motivo dei tre anelli intrecciati, come un ricamo che orna tutta la veste: già investito di valore apotropaico, il diamante è ora simbolo di quella purezza dell’intelletto, di quella forza che non può essere scalfita e che riesce a domare la brutalità.
Piaceva ai potenti e ammaliava la gente comune; alla gemma che sembrava avere in sé la luce, gli autori medievali attribuirono virtù magiche e medicinali, quando queste si dissolsero, rimase comunque un vago alone di mistero, un indulgere nel fantastico, che ne legava l’origine ad un Oriente più sognato che conosciuto. Maso da San Friano rappresenta in un pannello in lavagna per lo Studiolo di Francesco I in Palazzo Vecchio (1575 circa) La miniera di diamanti: le montagne sembrano cristalli sfaccettati, cresciuti a dismisura, emanano un bagliore argenteo, gli uomini impegnati nella ricerca dei preziosi minerali li ha prelevati da un’epoca imprecisata, dosando suggestione, mito e lettura dei Lapidari medievali.
Dieci sale, per raccontare i diamanti in una mostra allestita presso le Scuderie del Quirinale (a cura di Hubert Bari e Maria Sframeli): dal Dawn of the Millennium (101 carati), al Mirror of Paradise, mai mostrato in pubblico, dal tesoro della corona Portoghese – citiamo il gigantesco Toson d’oro sfoggiato da Giovanni IV in un dipinto del 1818 – alla Tiara di Papa Gregorio XVI, fino alle creazioni del XX secolo, quando le miniere in Sud Africa saranno la fortuna di Cartier e 650 diamanti formeranno una cometa, in un collier disegnato da Coco Chanel.
Signori e nobildonne posarono sfoggiando abiti ricamati di pietre preziose e perle, indossando diademi, anelli o stringendo l’elsa di una spada scintillante come un gioiello: affermavano l’eternità effimera della loro stagione, chiusa e consegnata nella cornice di un quadro (citiamo tra le tante opere l’Eleonora Gonzaga di Tiziano e Caterina de’ Medici di un anonimo francese del XVI sec); qualche secolo più tardi ad Olafur Eliasson non resterà che simulare – nello spazio di un’installazione – una pioggia di diamanti, come un misterioso dono di qualche stella esplosa troppo tempo fa (You strange certainty still kept 1996). È un’opera di Gino De Dominicis a chiudere il percorso: dall’oscurità, un uomo con la testa che è un enorme diamante.
Senza volto, ma sfaccettato.
maria cristina bastante
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Da dieci anni mi occupo di gioielli, da più o meno lo stesso tempo vivo e studio la storia dell'arte...ma raramente ho visto tante cose splendide e rare così, tutte insieme.