Sarebbe un noto collezionista il “proprietario” del Banksy rubato da un muro di Londra la scorsa settimana e in vendita ora in una casa d’aste statunitense, con sede a New York e Miami, e di cui il direttore, Frederic Thut, sta prendendo strenue difese. Non si chiarisce, ma anzi si tinge sempre più di giallo la vicenda di Slave Labor (Boy Bunting). London 2012, il piccolo murales rimosso dalla parete esterna di un negozio a Wood Green, che ha gettato nella rabbia la popolazione locale, derubata di un prezioso pezzo, anche turistico, del quartiere.
«É stato detto che l’opera è stata rubata, ma non è vero. Abbiamo un sacco di attenzione verso i nostri venditori, sappiamo chi sono e cosa fanno, e se c’è qualche illegalità la nostra società non prende in carico nulla. Tutto è controllato al 150 per cento» ha riferito Thut ai media londinesi. Eppure non si sa chi sia questo fantomatico rivenditore di Banksy, e il murales è scomparso, eccome, rimpiazzato da una bella stesura di cemento.
Ma Thut ha riferito anche che la motivazione principale della cessione, da parte del proprietario, è quella di conservare l’opera che altrimenti andrebbe persa; l’acquirente inoltre sarà fornito di una lettera di provenienza del lavoro, la cui vendita è stimata a 700mila sterline.
Di rimettere il murales da dove è stato strappato non se ne parla nemmeno e Thut, ha “confessato” che nella stessa asta c’è un altro Banksy, Wet Dog, un murales realizzato in Cisgiordania nel 2007, stimato per 600-800mila sterline: «Si tratta di conservazione: è un pezzo d’arte che stiamo proteggendo; avrebbe potuto essere distrutto dato il clima politico incerto della zona» ha riparato Thut. Non convincendo nessuno circa la sua buona fede, con la leader del Consiglio della zona di Haringey, Claire Kober, che ha anche scritto al sindaco di Miami, Tomas Regalado, appellandosi a lui (per quanto possa servire) per bloccare la vendita.
L’opera, secondo la Kober, apparsa poco prima del Queen Diamond Jubilee, l’anno scorso, è stata interpretata come un attacco alle celebrazioni, ed è un punto di riferimento che il pubblico, proveniente da tutta Londra, dal Regno Unito e dal mondo è andato a osservare. Dal canto suo Thut, che opera nella sede del Wynwood Arts District di Miami, è amareggiato perché questa vicenda sta portando non poca cattiva pubblicità alla Liveauctioneers, fondata da lui stesso nel settembre 2011, e che oltre alle sedi della Florida e di New York opera anche in altre cinque punti, compresa Parigi. E Banksy? In passato ha criticato gli sforzi di coloro che hanno cercato di vendere le sue opere, ma stavolta non ha rilasciato alcun commento. Marc Schiller, fondatore del sito woostercollective.com, e amico dell’artista, ha detto al Guardian che il lavoro era privo di valore per un’asta, perché è sempre stato semplicemente inteso come un pezzo site specific di critica sociale. «Sotheby e Christie non avrebbero mai toccato un’opera simile, e l’unico modo per cui si può vendere un murales prelevato è tramite un circuito ombroso, soprattutto se si vuole restare anonimi e non dire come si è ottenuto il pezzo» ha rimarcato Schiller. Insomma, il risultato di un furto vero e proprio, che nessuno dovrebbe avere il coraggio di comprare. Aggiornamenti in corso.