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Metti l’artista in azienda. Ecco il risultato dell’esperianza di Serena Porrati all’acciaieria FOMAS Group, con il supporto di Careof

di - 8 Luglio 2016
A spuntarla nella triade Michele Bazzana, Alice Guareschi e Serena Porrati, è stata proprio l’ultima artista, classe 1981 e di casa tra Milano e Londra. L’oggetto? Uno speciale concorso curato da Careof e rivolto ad artisti internazionali, che ha offerto la possibilità di realizzare un’opera di grandi dimensioni in acciaio in collaborazione con l’azienda FOMAS Group di Osnago, nella Brianza.
Selezionata da Vincenzo De Bellis (Curatore per le Arti Visive al Walker Art Center di Minneapolis), dall’artista Jannis Kounellis, dal Presidente de La Marrana arteambientale Gianni Bolongaro e dal team di Careof e FOMAS, Porrati ha realizzato a stretto contatto con ingegneri, tecnici e operai dell’azienda, l’opera The object is not there, che indaga l’idea di materia intesa come flusso e composta da cinque pezzi forgiati al 97 per cento composti di ferro, che da oggi saranno in collezione permanente nel cortile dell’azienda.
In realtà FOMAS non è nuova alla relazione tra arte contemporanea e acciaio, visto che in passato fu lo scultore Giuseppe Spagnulo, amico del Professor Gastone Guzzoni, fondatore dell’azienda nel 1956, ad essere da queste parti per la sua produzione. E così, insomma, dopo parecchi anni l’arte è tornata in azienda.
«Per arricchire il lavoro, sia dell’artista che degli addetti alla forgiatura», ricorda Jacopo Guzzoni, AD di Fomas, raccontando di come le possibilità dell’arte e dell’atto industriale prendano vicendevolmente strade differenti una volta unite, in uno strano flusso che segna lo scambio di competenze e linguaggi.
E così The object is not here, titolo dell’intervento, forse realmente non è nemmeno laddove si trova in permanenza: «L’artista smette di fare “oggetti” e si confronta con il saper fare, con i vincoli che la vita e la realizzazione dell’arte impongono, mettendo al centro della produzione la necessità di fare tesoro di paletti, e per questo di aumentare il valore mentale, poetico e anche tecnico dell’opera», come ha ricordato Bolongaro. Una “best practice” da sviluppare, nonostante le oggettive difficoltà di “intrecciare” due universi agli antipodi della produzione.

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