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Tutto Bologna/3. Jacopo Benassi ci racconta i suoi Portraits, a Palazzo Bentivoglio

di - 31 Gennaio 2019
Nella suggestiva cornice dei sotterranei di Palazzo Bentivoglio, in occasione della pre-apertura della mostra “Bologna Portraits”, ho incontro il fotografo Jacopo Benassi e il suo curatore Antonio Grulli. Questo il resoconto della nostra conversazione.
Antonio, come nasce il progetto “Bologna Portraits”?
‹‹Il progetto è nato circa tre anni e mezzo fa. Collaboravo con Jacopo già da qualche tempo. Durante le visite a Bologna, come per sua abitudine, ha iniziato a scattare foto e – a un certo punto – ci siamo accorti che si stava definendo un bel nucleo di opere, una serie interessante di ritratti legati alla città. Gli ho quindi proposto di raccoglierli in una pubblicazione e, di comune accordo, abbiamo deciso di realizzare un lavoro monumentale sul capoluogo emiliano. Da quel momento, ogni volta che tornava a Bologna, abbiamo coinvolto persone, amici, conoscenti, artisti, scrittori, imprenditori, persone che in qualche modo abbiamo incrociato e che, per vari motivi, Jacopo ha deciso di fotografare. Questa è l’origine della mostra e della raccolta di immagini ad essa relativa››.
Jacopo, se chiudi gli occhi, qual è la prima immagine che ti viene in mente pensando a Bologna?
‹‹Il giardino di Palazzo Bentivoglio››.
Il giardino di notte o il giardino di giorno?
‹‹Il giardino di notte, ma anche di giorno. La sera non esco, non frequento i locali, per cui ho approfittato dell’ospitalità che la Famiglia Vacchi mi ha offerto all’interno del Palazzo Bentivoglio per girovagare e fotografare la natura, un soggetto che mi appassiona da sempre. Mi sono lasciato coinvolgere dal suo aspetto nelle varie stagioni, specialmente nei periodi in cui era in fiore››.
Con che criterio avete abbinato i vari ritratti sia tra di loro che ai dettagli della natura?
‹‹Il collegamento è puramente estetico. Gli abbinamenti con le piante sono casuali. Le immagini relative alla natura sono come delle piccole arie che alleggeriscono e sospendono il tempo del ‘recitar cantando’ dell’opera››.
Che ruolo rivestono, in questa esposizione i pezzetti di legno, le incisioni sui vetri delle cornici, i tavoli su cui sono esposti i ritratti?
‹‹I primi sono lo scarto della realizzazione delle cornici e hanno un significato funzionale: servono ad assegnare la spaziatura giusta tra un ritratto e l’altro, senza l’utilizzo dei chiodi. Volevo inserire nella composizione solo elementi che ho toccato con le mie mani. Le incisioni, invece, sono nate per caso: in occasione della mostra tenutasi alla Galleria Minini e curata da Antonio, avevo realizzato delle stampe di grande formato per incorniciare le quali il vetraio di La Spezia aveva accoppiato dei vetri. In quel momento ho notato che, con tale accorgimento, le foto respiravano. Così è nata questa nuova ricerca: ora taglio i vetri, brucio le cornici per rendere gli scatti vivi. I tavoli che vedi, invece, li ho progettati appositamente per questa esposizione e un mio amico falegname li ha costruiti. Fanno parte del lavoro. La mia fotografia si sta evolvendo e assume sempre più il valore di oggetto d’arte››.
Cosa ti ammalia nell’uso del flash?
‹‹Il poter catturare l’immagine all’istante, congelando tutto il resto››.
Puoi parlarci dell’aspetto relazionale che ha portato alla realizzazione della raccolta “Bologna Portraits”?
‹‹In questo progetto ho vestito i panni del ‘vecchio del fotografo’ che riceve l’ospite in studio, gli scatta la foto e gli offre il tè! Il contesto in cui ho lavorato mi ha offerto la possibilità di intrattenermi con le persone che ho ritratto, di parlare con loro e conoscerle. Si è creata una situazione romantica, in parte in contrasto col mio lavoro che, solitamente, è molto punk, duro, feroce››.
Jacopo Benassi che fotografa Nino Migliori: com’è stato l’incontro?
‹‹Gli ho detto che il suo neorealismo degli anni ‘50 mi commuove e lui mi ha fotografato con la luce dei fiammiferi. È stato uno scambio reciproco! Lui ha un temperamento dolce, io meno››.
Esiste un fotografo/a da cui trai ispirazione?
‹‹Florence Henri. Amo le geometrie, stile Bauhaus, anche in natura e attribuisco molta importanza alla costruzione dell’immagine››.
Ti lascio con una domanda ‘leggera’: è risaputa la tua passione per le ciabatte, ma in pubblico cosa indossi?
‹‹D’estate le ciabatte, se no scarpe da ginnastica››. (Maria Chiara Wang)

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