Categorie: Teatro

A noi si schiude il ciel: un’Aida bellissima e attuale, al Teatro Antico di Taormina

di - 6 Agosto 2025

«Il più grande capolavoro dell’arte e della natura». Così Goethe definì Taormina. Non poteva esserci luogo più suggestivo del Teatro Antico della cittadina siciliana incastonata nella roccia, per concludere il viaggio di Aida, capolavoro di Giuseppe Verdi, uno dei suoi melodrammi più amati e conosciuti, qui rappresentato nell’ambito del Festival Lirico dei Teatri di Pietra del direttore artistico Francesco Costa, con l’accurata regia di Salvo Dolce.

Dopo il meritato successo in altri due importanti siti archeologici – di Siracusa e Tindari -, l’opera lirica diretta dal Maestro Filippo Arlia ha avuto il suo compimento in quell’emiciclo monumentale che s’affaccia sul mare e con l’Etna sullo sfondo, dove avviene il «Trionfo della vista». Niente palme, né animali esotici, né piramidi nell’Egitto di Faraoni, re, eserciti, sacerdoti e sacerdotesse, per contestualizzare l’ambiente che accoglie la trama del melodramma verdiano.

A immergerci nel paesaggio fisico ed emotivo dell’opera, sul grande palcoscenico esteso in larghezza, basta l’essenziale ma efficace scenografia (firmata, insieme ai bellissimi costumi dalle fogge nere e dorate, da Domenico Franchi per Opera Krakowska) costituita da un’alta e ampia scalinata culminante in una parete. Su quel fronte, con al centro una grande porta, scorrono proiezioni e immagini digitali di ambienti interni ed esterni, di bracieri di fuochi, di acque del Nilo che scorrono sui gradini, di lune e cieli notturni, di colonne ed edifici che ben si incastonano e amalgamano tra le pietre monumentali del teatro.

L’Aida, che deve la sua immensa popolarità a marce, balletti, trionfi, scene di giudizio e di cerimonie, rimane vitale artisticamente grazie alla infelice storia d’amore fra la schiava etiope Aida e il guerriero idealista Radames, con in mezzo la principessa Amneris, motore del dramma, anche lei innamorata del guerriero (il confronto-scontro tra le due donne rivali è una delle grandi scene verdiane). In quell’Egitto antico dove si agitano furori bellici e nazionalisti, purtroppo molto contemporanei (basti pensare al coro quando intona l’inno bellicoso “Guerra, guerra, guerra!”), la giovane è divisa tra l’amore di patria e quello verso Radames nemico della sua nazione che la ricambia al di là del conflitto che li divide. Il soffrire della donna chiedendo “pietà ai numi”, diventa il motivo struggente e la sua cifra per tutta l’opera.

L’orchestrazione raffinata del direttore, pianista e accademico calabrese Arlia alla guida dell’Orchestra Filarmonica della Calabria e del Coro Lirico Siciliano; i torrenti di melodie che si imprimono nella memoria per le voci di un cast internazionale di assoluto rilievo, a partire dal soprano sudafricano Pumeza Matshikiza nel ruolo della protagonista; le passioni veementi che arrivano al cuore; i colpi di scena di effetto teatrale, con le danze leggere, le marce squillanti, i cori di gloria. Tutto questo fa dei quattro atti del melodramma in scena a Taormina, un magico, unico, evento.

Il finale è bellissimo. Siamo nell’ultima scena della tomba dove è rinchiuso Radames mentre piange la sua perduta Aida la quale, riuscita ad avvicinarsi a lui, già sogna il cielo e vede l’angelo di morte. Mentre insieme, avviandosi alla triste fine, intonano la celebre aria “O terra addio, addio valle di pianto / a noi si schiude il ciel”, uno stuolo di angeli dalle grandi ali nere entra lentamente fino a chiudersi attorno alla coppia coprendoli come un velo di pietà. È l’amore trasfigurato dal dolore che, nonostante tutto ha vinto.

Oltre a Pumeza Matshikiza, al suo debutto operistico in Italia, definita da The Independent tra le figure più autorevoli della scena lirica, in scena Walter Fraccaro, tenore verdiano di lunga esperienza, nel ruolo del capitano delle guardie Radamès; il mezzosoprano Veronica Simeoni, nei panni della principessa Amneris; il baritono Badral Chuluunbaatar nel personaggio di Amonasro, re e padre di Aida; il basso Sultonbek Abdurakhimov nei panni del gran sacerdote Ramfis, il basso Deyan Vatchkov in quelli del Re d’Egitto, il tenore Federico Parisi nel ruolo del messaggero, e il soprano Leonora Ilieva in quello della sacerdotessa.

L’allestimento ha visto un vero e proprio dispiegamento di forze e mezzi, con l’impiego di circa 300 persone tra artisti del coro, professori d’orchestra, corpo di ballo (coreografie di Sarah Lanza), figurazioni, maestranze tecniche e creative. Grande successo.

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