Love me, ph. Manuela Giusto
Dalla forte ispirazione estremamente originale, la scrittura antiretorica, cruda e lirica di Antonio Tarantino – scomparso nell’aprile del 2020 -, non poteva trovare corpo più appropriato, squassante e sarcastico, combattivo e travagliato, come quello fisico e verbale di Licia Lanera, fattasi cassa di risonanza di quest’autore limaccioso dal linguaggio violento e umanissimo, radicale e visionario, quale egli è stato. Nel dare vita e consistenza a due testi del drammaturgo – l’inedito “In scena” e “Medea” – raccolti nell’unico titolo “Love me” (visto all’Arena del Sole di Bologna, per la stagione di ERT), l’attrice pugliese afferma con il dolore, l’arroganza, l’ignoranza, la pervicacia dei sensi, la condizione di un’umanità alla deriva, sconfitta e ferita, ma disperatamente viva.
Come sempre, ad essere rappresentata nella scrittura di Tarantino – meridionale emigrato al nord e approdato alla drammaturgia verso i cinquant’anni -, è la condizione dei reietti e degli ultimi, con personaggi ai margini di una società rozza e violenta che fanno riverberare l’eterna e irrisolta lotta tra i miseri e i potenti. Ad accomunare i due testi scelti da Lanera è la condizione dello straniero. Già in un testo specifico di Tarantino dal titolo “Stranieri”, il motivo dell’extra comunitario, della paura xenofoba dei diversi, era avvertito come presenza ostile da parte di un vecchio, gretto e solitario, asserragliato nella sua casa invasa da rumori che lui addebita a minacce di immigrati, mentre in realtà sono i fantasmi di moglie e figlio scesi in veste di “estranei” dall’aldilà per portarlo via.
Qui, nel primo testo di “Love me”, lo straniero è un lavavetri, e nel secondo una beffardamente atroce Medea di oggi, entrambe figure “intrappolate in ebeti e feroci luoghi comuni – spiega Lanera -, così stupide da farci morire dal ridere, così feroci da farci vergognare”. La scena è costituita da tre lavagne basculanti con i titoli del dittico, che ruoteranno nel secondo atto svelando una parete specchiante. Il primo straniero è fisicamente presente nella persona di colore Suleiman Osman, dapprima in piedi, poi per tutto il tempo seduto in poltrona a guardare e ascoltare gli insulti della sua citante che subito mette baffetti posticci alla Hitler.
Il lavavetri, testimone muto, è il nero assurto a corpo del reato, il capro espiatorio guardato con sospetto e cattiveria. Assumendo la parte di un piccolo borghese ignorante che ha incontrato casualmente quel povero forestiero al semaforo, l’attrice lo deride sommergendolo via via di invettive e luoghi comuni intercalando il suo effluvio verbale con una cadenza dialettale del nord.
Smessi i panni maschili, in “Medea”, invece, l’attrice assume un dialetto meridionale per esporre la condizione di una donna asiatica finita in galera, intenta a esporre, con gesti sboccati e sfidanti, la diversità di leggi e di trattamento per gli stranieri e per quelli del posto. Con un gergo da strada da bassifondi contemporanei, e indossando pantaloni da tuta con un luccicante abito succinto che lascia scoperta la pancia, la donna, con veemenza crescente, sputando e urlando, se la prenderà con una ipotetica secondina e contorno di recluse; ripercorrerà l’amore e il tradimento, parlerà di figli e mariti da tenere alla larga, prenderà una mazza nel delirio finale, picchiando a terra e rompendo lo specchio nel quale si era prima guardata.
“Ma senza aiuto non si può vivere. Che guaio!” saranno le parole finali. E saltando sulle braccia del robusto Osman, lo ricoprirà, come una bambina felice, ripetutamente di piccoli baci ripetendogli “I love you”. Incarnando, in questo dittico, il maschile e femminile, Licia Lanera, di escandescente e misurata energia, capace di rendere la liricità e il senso nascosto delle parole nei diversi passaggi emotivi ed espressivi, restituisce alla scrittura di Tarantino una inedita potenza e verità. Di dirompente forza.
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