A place of safety, ph Luca Del Pia
Il nostro auspicio per il 2025 era un teatro con più vita in scena. Qualcuno dice che bisognerebbe stare attenti a ciò che si desidera. Forse perché oggi il teatro, sempre più spesso, chissà se per una deriva drammaturgica (il caro teatro “sociale”) o per necessità di budget, porta sul palco non attori. Tutto bene quando a essere condiviso è un vissuto reale, un’esperienza autentica, una biografia che trova nella scena un dispositivo di senso. Ma sempre più frequentemente queste presenze vengono ingabbiate in ruoli che nulla hanno a che fare con il loro percorso: Shakespeare, i classici, i grandi testi, svuotati di tecnica e di necessità. Il risultato? La recita di fine anno.
Allora cosa significa davvero vita in scena? Portare storie vere? Rivendicare la grande attorialità? O riuscire, piuttosto, a portare il pubblico dentro l’esperienza teatrale – perché non dimentichiamoci che il pubblico resta elemento fondante del teatro, senza il quale ogni discorso si svuota. Non parlerò qui di spettacoli migliori o peggiori. Dicembre è stato illuminante, proponendo tre spettacoli radicalmente diversi tra loro, capaci di farci vedere le tensioni più evidenti del teatro di oggi.
Al Piccolo Teatro di Milano con Prima del temporale, il novantunenne Umberto Orsini, uno dei mostri sacri dello spettacolo italiano, torna a ricordarci che il teatro è anche trasmissione culturale. Nel racconto di un attore che attende di andare in scena con Il temporale di August Strindberg, evocando la propria carriera tra teatro, fotoromanzi, cinema, televisione, ma anche la giovinezza, gli amori passati, le amicizie storiche che hanno attraversato una vita di palcoscenico, emerge con forza il valore di una memoria condivisa: quella dei maestri, di un’arte che ha formato pubblici e costruito un immaginario collettivo. Qui la vita in scena è mestiere, tecnica, storia. Lo spettacolo ha abitato il Teatro Grassi per tre settimane consecutive di sold out, inscrivendosi nella stagione 2025–2026 come dichiarazione di continuità e responsabilità culturale.
All’opposto, l’arrivo a Milano di La Fura dels Baus con SONS: Ser o no ser mostra come il teatro di ricerca possa farsi evento, intrattenimento, show. Ispirandosi all’Amleto shakespeariano, lo spettacolo costruisce un immaginario distopico e perturbante, in cui il testo classico diventa pretesto per interrogare un presente degradato, violento, post-umano. Un’esperienza immersiva che ibrida linguaggi, coinvolge fisicamente lo spettatore e intercetta un pubblico spesso lontano dalle sale tradizionali. Non una banalizzazione, ma una strategia: usare la spettacolarità per riaprire una porta, per avvicinare chi a teatro non aveva mai messo piede. Presentato alla Fabbrica del Vapore, il lavoro ha confermato come il teatro possa dialogare con i grandi spazi urbani e con un’idea di fruizione più vicina al concerto rock e al rave che alla sala all’italiana: si resta in piedi per tutti i 65 minuti di spettacolo, si esce bagnati, sporchi di fango, attraversati da un’esperienza più fisica che contemplativa.
Infine, A place of safety di Kepler-452, ancora al Piccolo Teatro di Milano, ribadisce che il teatro è anche, e forse oggi soprattutto, impegno politico. Lo spettacolo nasce dall’esperienza reale del regista Nicola Borghesi a bordo della nave Sea-Watch 5 e ricostruisce il tempo sospeso delle operazioni di soccorso nel Mediterraneo: l’attesa, le decisioni, le vite salvate e quelle sommerse (per usare la terminologia di Primo Levi), il confronto con l’assurdità delle leggi e della burocrazia, le responsabilità politiche dell’Italia e dell’Europa. La ricostruzione alterna documento e riflessione, facendo emergere non solo i fatti, ma il peso emotivo e morale di ogni scelta dalla parte di chi ogni giorno è in acqua: il teatro diventa testimonianza. La vita in scena non è rappresentazione, ma presa di posizione. In scena allo Studio Melato nella settimana prima di Natale, il lavoro ha trovato una risonanza commovente nell’incontro tra la compagnia e un gruppo di spettatori del progetto A teatro nessuno è straniero, organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio e dall’Associazione Ateatro: in quel dialogo dopo lo spettacolo, le storie ascoltate in scena si sono riflesse nelle vite reali di chi era in platea, annullando la distanza tra palco e pubblico. Un momento in cui il teatro ha smesso di “raccontare” il reale per diventarlo.
Tre spettacoli diversissimi, tre idee di teatro, tre risposte possibili alla stessa domanda. Il punto non è decidere quale sia la strada giusta, ma riconoscere che la vitalità della scena sta proprio nella sua capacità di tenere insieme memoria, attrazione e conflitto. Purché non si dimentichi mai che il teatro non è mai solo per chi sale sul palco, ma per chi lo si fa. Questo il nostro auspicio per il 2026.
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