In principio era Aosta. In una serie di mostre alla Tour Fromage del capoluogo valdostano, cinque curatori hanno indagato diversi atteggiamenti dell’arte contemporanea di fronte alla montagna, generalmente caratterizzati dalla provocazione. Al contrario, ci si aspetterebbe una prospettiva “istituzionale” nel Museo della Montagna.
L’occasione per smentire simili pregiudizi è data dalle fotografie di Takeshi Mizukoshi (Aichi, 1938): 70 scatti in bianco e nero realizzati fra il 1975 e il 1989, frutto di ben 13 viaggi in Himalaya.
Un vigoroso senso del sublime si sprigiona da questi lavori: la natura sopraffà l’uomo, inscenando lo spettacolo della propria potenza. Ma non si cada nell’errore di attribuire una presunta oggettività a questi scatti: anche il sublime è un prodotto umano e sappiamo che il mito della neutralità è miseramente naufragato. Solo così ci si può distaccare da una fruizione documentaria e abbandonare gli abusati cliché del settore.
In primo luogo, Mizukoshi propone un generale afflato poetico -già presente nelle foto intimistiche dei boschi giapponesi- che non è affatto bucolico. Ciò si deve innanzitutto all’esautorazione della presenza umana: non che non sia mai esistita, ma è radiata, ogni traccia cancellata (le Cattedrali del Baltoro, 1979 paiono opere d’ingegno abbandonate da secoli). Il fotografo-viaggiatore Fosco Maraini (qui in veste di curatore) parla di ritratti, poiché la natura diviene propriamente Soggetto, acquista una forma di umanizzazione di ritorno. Dunque, netto è lo scarto dal tono elegìaco della produzione settoriale proveniente da Oriente: qui il taglio è nient’affatto consolatorio,
In altri lavori, al timore reverenziale si sostituisce l’astrazione: nevi perenni instillano un senso di innaturalità, mistica da parte a parte (Ganker Ponzum, 1986). Un sentimento simile deriva dalla contrapposizione di elementi, roccia e nuvole, granitica incrollabilità verticale e lieve effimericità orizzontale, come l’irridente formazione vaporea che pare solleticare la cima del Rakaposhi (1989).
Infine, va sottolineato l’uso sapiente del contrasto e delle ombre: la cima del Pumo Ri (1976) è immersa nel nero e ogni suo canalone pare un abisso senza fondo, mentre il Chukhung kang (1976) ha un versante inghiottito dalle tenebre. Fino al sopravanzare della notte verso il Nilgiri N. (1977), attaccato anche sul fronte aereo da nuvole nere. Per chiudere, un accenno al rapporto con l’arte antica: gli sfondi citano spesso l’opera artigiana del periodo Takugawa, mentre l’arretramento del soggetto in secondo piano, come nascosto tra mille dettagli, deriva dai maestri ukiyoe (Maraini cita i celebri Hiroshige e Hokusai: si veda Ghasherbrum IV, 1979). Uno stimolo alla ricerca, un gioco con lo spettatore, come nella famosissima scena iniziale di Effetto notte di Truffaut.
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Un articolo dell’artista e alcune sue foto
marco enrico giacomelli
mostra visitata il 10 ottobre 2003
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