Climax è il titolo emblematico che apre la recente personale di Ambra Morosi, inaugurata nel suggestivo spazio affrescato dell’Istituto degli Innocenti: un momento culminante del suo iter artistico, un vero e proprio punto di rottura nella sua ricerca estetica. La mostra-evento, accompagnata dalla performance musicale di Luca di Volo e Eleonora Tancredi, ruota attorno a un nucleo di opere dai toni rossi e viola, figure che sorprendono lo spettatore per la capacità di aver scandagliato l’essere umano, svelandolo attraverso la potenza e il tormento della forma-colore.
Il risultato è lirico e inquietante: immagini che “vivono” in una dimensione senza tempo e sembrano appartenere contemporaneamente alla sfera del sensibile e a ciò che va al di là della nostra conoscenza, alla semplice apparenza del fenomeno. Quella della Morosi è realmente una pittura del limite che procede sullo spartiacque di dimensioni antagoniste ma complementari: forme nuove che traducono visivamente le ambivalenze di fisico-metafisico, reale-irreale, presenza-assenza, dualismi che alla fine si riconciliano in una essenza inattesa. Opere costruite con materie dense e al medesimo tempo impalpabili, fondali rossi da cui si levano ultra-corpi che lasciano tracce di energie, segni ultimi di un’esperienza che è stata o sarà. Non solo una scia della memoria, ma anche un monito forte per tutti i viventi.
Con Climax l’artista intende riaffermare la concezione del personale fare artistico come in aperta rottura dei codici formali presenti nelle attuali tendenze figurative. Climax come lucida consapevolezza di continuare un percorso “altro”, un manifesto di poetica che potrebbe trovare i suoi ideali punti di riferimento culturali in artisti quali Goya o Bacon. Proprio Francis Bacon per la sua visionarietà urlata può essere accostato all’opera della Morosi, capace di infondere la vita a forme inquietanti, presenze visibili cariche di energie: un percorso di ricerca ben lontano da quello della cosiddetta “linea dolce della figurazione” che predilige la figura umana – sovente la donna – ritraendola senza esasperazione o tormento. Se l’arte intesa come dissenso verso i canoni, come “espressionismo esistenziale”, può rimandare a Bacon, la distanza che separa il pittore inglese dal lavoro della Morosi è davvero grande: i presupposti da cui muovono i due artisti sono assolutamente differenti, come dimostra lo stesso esito formale. Non sono certo deformazioni visive quelle della Morosi, ma piuttosto una sintesi di forme-non forme, ottenute attraverso una tecnica individuale e sofisticata che, combinando olio e pastelli, riesce a conferire spessore e profondità alla superficie pittorica materialmente piatta. L’artista lavora tenacemente sulla forma, la scava in tutte le sue prerogative plastiche, cromatiche, ottenendo un nuovo tipo di sfumato materico che diventa personale cifra stilistica ricorrente in tutte le sue opere.
federico poletti
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