La sfida è ardua, ma il risultato non delude. L’idea è quella del confronto duplice; un confronto esterno, tra l’arte contemporanea austriaca e quella non austriaca, ed uno interno in cui l’Austria si guarda dentro e confronta il presente con il passato. Lontani dal concetto di originaria natura, la mostra è strutturata in modo da sottolineare più le differenze, sia stilistiche che concettuali, che la consequenzialità artistica del Paese. Eppure la sensazione suscitata alla fine della visita è quella di necessaria unità, se non proprio in termini storici almeno in termini umani. Una sorta di necessità dell’accadere, o meglio del sentire. Cinque sale –dedicate a personalità artistiche di fama internazionale- rappresentano la parte più corposa della mostra, insieme ai riferimenti storici e ai tredici artisti di ultima generazione. Ad alternarsi dunque non sono solo stili e mezzi espressivi, ma vere e proprie realtà sociali e storiche. Accolti dagli scatti a dir poco inquietanti di Gunter Brus e Rudolf Schwarzkogler -che mostrano amputazioni, putrefazioni e conseguenti purificazioni-, si passa a Flatz. Emblematico, sia nel titolo che nell’opera stessa, il lavoro Superstar (2001): serie di cinque scatti fotografici raffiguranti parti del corpo dell’artista corrispondenti ai punti della passione cristiana, stimmate comprese, disposti in modo da comporre una croce. Accanto, l’opera Zwei Osterreicher oder bedingt Interpretation (1976-1980) (Due austriaci ovvero la storia ha come conseguenza l’interpretazione), composta da numerosi ritratti di Adolf Hitler accostati ad altrettanti ritratti dell’artista che ne riproduce l’espressione.
Di gran lunga meno struggenti i lavori di Lois & Franziska Weinberger, che sviluppano il tema del giardino, o meglio quello della possibilità di armonizzare la cultura alla natura, qui ritratta nello svolgimento di dinamiche espansive e coloniali.
A tirare su il morale segue la sala dedicata ad Erwin Wurm: una casa e un’automobile sportiva obese, una donna sospesa su di un bastone con uno sguardo strano, fisso o inebetito. L’ironico diventa grottesco, definendo l’immagine di una parte della società d’oggi, opulenta e inebetita di fronte al proprio indecoroso benessere. Ad aspettarci nella sala accanto, anzi a dividerci da questa, l’opera in plexiglas di Gerwald Rockenschaub. Una vera e propria muraglia di cubi trasparenti che delimita il passaggio verso la sala espositiva, che divide l’arte dallo spettatore, che si fa filtro. Che non cela, ma lascia intravedere, che sottolinea e oscura contemporaneamente.
Un vero monito è invece la monumentale opera di Valie Export, Die un-endliche/-ahnliche Melodie der Strange (1998) (L’in-terminabile/-divisibileMelodia delle Tracce). Venticinque schermi che proiettano in simultanea il movimento dell’ago di una macchina da cucire in funzione e il relativo rumore, affinché non si dimentichi la prima professione che ha concesso alle donne un ruolo nell’era industriale. La mostra procede con numerosi e azzeccati riferimenti storici; le arti applicate di Koloman Moser, l’architettura di Adolf Loos e Karl Ehn, il cinema e la scienza di Hedy Lamarr, la pittura di Hubert Lanzinger e Albin Egger-Lienz. E si conclude con un’accurata selezione di artisti emergenti (Michael Zienzer, Markus Wilfling, Christian Schwarzwald, Esther Stocker, Ingmar Alge, Katrin Plavcak, Gunther Steiner, Heidrun Sandbichler, Fatima Bornemissza, Yoonsook, Dieter Buchhart, Davis Moises e Rainer Ganhal) che presentano video, pitture, sculture e installazioni.
valentina bartarelli
mostra visitata il 27 aprile 2006
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