Mario Botta (Mendrisio, 1943) è attualmente riconosciuto come uno dei massimi maestri dell’architettura mondiale. Nella vasta carena di nave rovesciata, monumentale e ombrosa, del finalmente restaurato Palazzo della Ragione di Padova, l’architetto svizzero sceglie la discrezione di un allestimento “contratto”, che risolve le esigenze espositive in un’unica spina centrale. Se i “contrafforti” che reggono i disegni richiamano, senza preziosismi mimetici, quelli di una muratura medievale e consentono la libera circolazione nella vastissima sala, la modesta altezza dell’installazione permette al visitatore la percezione dell’alto fregio affrescato dei 12 segni dello zodiaco, che corre senza soluzione di continuità lungo le pareti.
L’attenzione per il contesto storico-ambientale è, del resto, una delle costanti dell’opera di Botta. Allievo di Carlo Scarpa e collaboratore di Louis Kahn , desume dai suoi maestri il senso dell’architettura come intersecazione di geometrie pure e l’esaltazione dell’elemento fisico e materico della costruzione architettonica. Raggiungendo risultati particolarmente interessanti soprattutto nel campo espositivo –con la realizzazione di importanti musei come il Tinguely di Basilea o il recentissimo Mart di Rovereto- e, ultimamente, religioso, con i progetti per la Chiesa dell’aereoporto Malpensa a Milano e quella del Santo Voltoa Torino.
Ma tipica dell’opera di Botta è anche l’interpretazione dell’architettura come sorta di gigantesca sineddoche, in cui un unico elemento diventa preponderante, a livello visivo e strutturale, rispetto all’insieme. Così, la scalinata delle Cantine Petra a Suvereto sembra avvolta dall’abbraccio ellittico del muro esterno, mentre la Kyobo Tower di Seoul esalta, nella monolitica austerità dei suoi corpi contrapposti, la presenza della passerella sospesa contro il cielo.
Non a caso, gli oggetti di design esposti in mostra -una collezione di vasi per fiori- mimano il tronco, la radice, l’innesto dei rami degli alberi: come chiedendo la calma, la sicurezza e la fisicità del contatto con una terra di cui la stessa architettura appare l’emanazione più perfetta e consequenziale.
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elena franzoia
mostra visitata il 16 dicembre 2003
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