Ad Adolf Hohenstein (1854-1928), tedesco di origine ma attivo a Milano già dalla prima giovinezza, si devono alcune delle immagini più rappresentative e divulgate del Liberty italiano. La varietà dei soggetti e dei riferimenti della sua opera, infatti, testimonia con grande efficacia il desiderio, tipico della borghesia di quegli anni, di imporre un proprio gusto. Una propria estetica capace di conferire
Così, se la parte più cospicua della produzione di Hohenstein -nonché della mostra trevisana – è sicuramente quella dedicata alla lunga collaborazione con la casa editrice musicale di Giulio Ricordi (ricordiamo in particolar modo i manifesti pucciniani per la Tosca e la Butterfly), rimangono affascinanti testimonianze di un’epoca in fibrillante ed entusiasta evoluzione anche i manifesti che hanno per soggetto i nuovi quotidiani d’informazione (come Il Corriere della Sera o Il Resto del Carlino ). O ancora la divulgazione della luce artificiale e di nuovi prodotti farmaceutici e voluttuari (come la
Stupisce in Hohenstein la modernità di un approccio estetico che, se asseconda il gusto floreale e curvilineo a lui contemporaneo soprattutto nei dettagli grafici e tipografici, se ne distanzia nettamente nell’impaginazione dell’immagine e nel ricorso a vaste campiture di colore che preludono alle stilizzazioni déco.
Inoltre, la netta preferenza accordata ai toni freddi e scuri dei viola, dei verdi e degli azzurri, ed il ricorso insistito alla monocromia o alla dissonanza fra due unici colori primari, accentua la riconoscibilità e l’originalità del suo stile. Nonostante i manifesti di Hohenstein presentino evidenti affinità con l’opera, ad esempio, di Galileo Chini (di cui condivide non solo la tematica pucciniana, ma anche la fondamentale esperienza del viaggio in Siam), se ne differenziano nettamente per la spigolosità e la sintesi del taglio rigoroso e volumetrico, che progressivamente abbandona lo storicismo ancora presente nei manifesti per il Falstaff e la Wally per accostarsi ai nervosi e contrastati stilemi delle avanguardie del ‘900.
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elena franzoia
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