Categorie: Architettura

Alla Biennale Architettura 2025 il Padiglione della Santa Sede sarà un vero cantiere aperto

di - 9 Aprile 2025

Svelato il progetto con cui la Santa Sede si presenterà alla Biennale Architettura prevista per il prossimo maggio. Il Padiglione avrà luogo nel Complesso di Santa Maria Ausiliatrice a Castello, che il Dicastero gestirà come spazio espositivo, in accordo con il Comune di Venezia, per le attività culturali della Santa Sede. Il progetto, Opera aperta andrà a costituire un vero e proprio «padiglione parabola», ispirato alle intuizioni dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco. Il Padiglione, in concomitanza con la Biennale, sarà visitabile da sabato 10 maggio a domenica 23 novembre 2025.

Il Padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia 2025

Il progetto è curato da Marina Otero Verzier, architetta, curatrice e ricercatrice, e Giovanna Zabotti, direttrice artistica di Fondaco Italia e già curatrice del Padiglione Venezia, insieme a due tra i più importanti studi internazionali di architettura specializzati in costruzione responsabile e cura collettiva: Tatiana Bilbao ESTUDIO (Tatiana Bilbao, Alba Cortés, Isaac Solis Rosas, Helene Schauer), con sede a Città del Messico, e MAIO Architects (Anna Puigjaner, Guillermo Lopez, Maria Charneco, Alfredo Lérida) di Barcellona.

Complesso di Santa Maria Ausiliatrice

Partendo dunque dall’enciclica del Papa, e dalla consapevolezza di essere tutti abitanti in una “casa comune”, il progetto spinge a far maturare una nuova visione culturale che – inserita nel contesto delle enormi sfide della società di oggi, come quella dell’intelligenza artificiale – diventa un mezzo per abitare con saggezza lo spazio, «riscoprire e rafforzare l’intelligenza collettiva e comunitaria, quella che rende protagonisti di un’amicizia sociale anziché stanchi ripetitori di logiche di controllo, esclusione e scarto», citando le parole del Cardinale José Tolentino de Mendonça, Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione. L’obiettivo di questo padiglione sarà quello di eludere i meccanismi di antropocentrismo dispotico che ostacolano l’unica condizione generativa di futuro: trasformarci in avveduti curatori delle relazioni, tanto con l’ambiente, quanto con le comunità umane; essere tessitori di relazioni che credono nel valore della riparazione e della cura.

Estratto dalla xilografia Veduta di Venezia di Jacopo de’ Barbari, Venezia, 1500, Museo Correr

Opera Aperta: il tema del Padiglione della Santa Sede 2025

«Opera Aperta – afferma la curatrice Marina Otero – è un processo collaborativo che coinvolge un team internazionale e collettivi locali. Insieme, rivendichiamo la riparazione come pratica creativa e radicale, che trascende la forma architettonica per nutrire comunità, ecosistemi e i fragili legami tra di essi. Rivitalizzando una struttura esistente, valorizziamo le sue crepe e perdite non come difetti da nascondere, ma come aperture verso nuove possibilità. Queste soglie ci invitano a reimmaginare la relazione tra passato e futuro, crescita e decadimento, rottura e rigenerazione. Opera Aperta onora le storie stratificate incastonate nel luogo, mentre crea spazio per chi verrà dopo di noi». Si tratterà quindi di attuare una vera e propria cura della crepa, un restauro che coinvolgerà l’edificio nella sua fisicità materiale, ma che abbraccerà chiunque entrerà in contatto con il progetto. “Riparare” non è solo un intervento fisico: attraverso questo processo si creerà una piattaforma di interazione sociale che sarà pure – in qualche modo – una cura, un restauro.

Tatiana Bilbao Estudio Socios ph. Fernando Sanchez

«In un mondo in cui le fratture e le divisioni sembrano amplificarsi, Opera Aperta si propone come un atto di “riparazione” e di intelligenza comunitaria. Per Venezia e i suoi abitanti, residenti e cittadini di ogni parte del mondo che la visitano e la vivono, un’occasione importante», afferma la curatrice Giovanna Zabotti, parlando di come solo nel centro storico di Venezia ci siano circa duecentottanta associazioni attive e iscritte all’albo che parlano di solidarietà e integrazione sociale: una Venezia importante, che questo padiglione vuole coinvolgere e rendere protagonista.

Opera Aperta: cibo, musica e relazioni umane

Fondamentali, all’interno del progetto, anche l’aspetto musicale e quello culinario. Gli spazi iniziali saranno invasi da pannelli informativi sul Padiglione, da un calendario delle attività e da disegni tecnici dello spazio, del progetto ma anche dei vari progressi, in modo da cristallizzare un lavoro che è e vuole essere in tutto il suo sviluppo un cantiere in divenire. Accanto a questi spazi, una cucina e un grande tavolo occuperanno le stanze più grandi. Mangiare assieme – restauratori, studenti, musicisti, e anche visitatori – diventerà un collante indissolubile fra il luogo e chi lo popola, quotidianamente o soltanto per una breve visita. E anche la musica avrà un ruolo da protagonista: Venezia ha pochi spazi per coltivarla, e questo Padiglione vuole ritagliare all’interno delle proprie stanze degli ambienti per i vari strumenti. Sarà la musica a scaldare questi luoghi, spazi che possano collegare questi musicisti fra di loro ma che permetteranno anche ai visitatori, qualora lo volessero, di condividere la propria arte e utilizzare gli strumenti.

MAIO

L’estetica, industriale ma con un forte sguardo al passato, sarà il filo conduttore che fungerà da legame fra i vari spazi, unitamente alla musica che li popolerà e terrà insieme. Si inseriranno all’interno della programmazione del Padiglione, in maniera perfettamente coerente, anche dei workshop che andranno a coinvolgere proprio le comunità in lezioni su tecniche di restauro che si stanno sempre più perdendo.

«Questo Padiglione non sarà solo uno spazio fisico, ma un luogo di incontro dove la musica diventa un linguaggio universale capace di unire le persone oltre le barriere culturali e dando risposta alla necessità di luoghi per coltivarla. Un luogo per la cura e con momenti dedicati al silenzio dove trovare la possibilità di ascoltare le voci degli altri, di riconnetterci e di riflettere su ciò che ci unisce», continua Giovanna Zabotti, un modo per sottolineare come il concetto di “riparazione” sia un atto di giustizia sociale, perché dà valore a ciò che è stato trascurato, offrendo una seconda possibilità agli edifici ma anche alle persone che li abitano.

Giovanna Zabotti

Il Padiglione della Santa Sede come laboratorio di riparazione e restauro

Il Padiglione della Santa Sede sarà quindi una fucina di relazioni umane, uno spazio della comunità e per la comunità, in continuo divenire. Il lavoro collettivo dei restauratori, accanto a quello degli studi di architettura, delle associazioni e delle realtà del territorio veneziano si fonderà al contributo della comunità stessa, sottolineando il ruolo dell’architettura come strumento di valorizzazione del mondo esistente e di coloro che lo abitano. «Il titolo di Opera Aperta lo presenta come un cantiere, come un processo in corso a cui tutti sono invitati a collaborare: architetti, pensatori, abitanti del sestiere, associazioni e persino i visitatori della Biennale».

Marina Otero, credit Boudewijn Bollmann

Nello spazio di Santa Maria Ausiliatrice si ripareranno dunque mura e dettagli architettonici dell’edificio, ma allo stesso tempo si andranno a intessere relazioni di vicinato, incoraggiando l’ospitalità intergenerazionale, ricostruendo simultaneamente lo spazio fisico e lo spazio sociale. Il fine ultimo sarà quello di dare un’espressione concreta, nel campo dell’architettura, a un laboratorio attivo di intelligenza umana e comunitaria, «mettendo in comune ragione e affetto, professionalità e convivialità, ricerca e vita ordinaria». L’architettura pensata come atto di cura, strumento di vita partecipata, centro sociale di grande provocazione. «È urgente comprendere le cause della fragilità delle città per ripararne le crepe. È urgente che l’arte, la cultura e l’architettura intervengano, affinché la città, le sue strade e le sue case non escludano la comunità che le abita. È urgente che tutti coloro che vivono nelle case della città possano avere una vita dignitosa, una vita buona. L’architettura può aiutare a curare le ferite delle città».

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