Antoon van Dyck, Francesco Orero in adorazione del Crocifisso, 1627, San Michele di Pagana (Rapallo), Chiesa Parrocchiale di San Michele. Allestimento dell'opera nella Cappella Dogale
La fama di Van Dyck travalica i confini di tutti gli Stati nella tumultuosa Europa di primo Seicento, tanto che la sua arte riesce a soddisfare il gusto delle molte e prestigiose committenze che ne richiedono i servigi. L’appartamento del Doge del Palazzo Ducale di Genova ospita fino al 19 luglio la grande mostra Van Dyck l’Europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra. Attraverso una ricca selezione di 60 opere distribuite in dieci sale, il percorso intende restituire una panoramica sull’opera dell’allievo prediletto di Rubens, illustrando non solo la versatilità dei generi in cui si è cimentato, ma anche il suo rilievo internazionale, un tratto che lo rende ancora oggi tra i padri culturali dell’unità europea.
La mostra esordisce con un pezzo raro: il primo autoritratto realizzato dall’artista all’età di appena quindici anni, dal quale emerge tutta la consapevolezza e la padronanza della tecnica che Van Dyck già da giovanissimo aveva maturato. Segue poi un sala che accoglie e stordisce al contempo il visitatore, dove sulle pareti campeggiano alcuni capolavori assoluti del pittore, dipinti in tempi e luoghi distanti ma tutti accomunati dalla medesima eccellenza. Colpiscono per la raffinatezza nell’uso del colore e per la maestria nell’organizzazione della composizione il Chronos che recide le ali di Amore in prestito dal Jacquemart-André di Parigi, e la grande tela con Sansone e Dalila, firmata da un giovane Van Dyck e conservata presso la londinese Dulwich Picture Gallery.
Sebbene la sua carriera sia stata stroncata molto presto – l’artista muore infatti nel dicembre del 1641 all’età di soli 42 anni – Van Dyck ha lavorato alacremente sin da ragazzo, raggiungendo obiettivi ambiziosi non solo per la qualità delle opere ma anche per la loro quantità . Si racconta infatti che negli anni Trenta, conducendo i propri affari tra Londra e Bruxelles, egli fosse capace di realizzare addirittura un dipinto a settimana. Di questa straordinaria abilità ci raccontano le fonti coeve e le centinaia di opere distribuite oggi tra collezioni pubbliche e private. Sicché, nella difficoltà di eseguire una selezione coerente nel mare magnum del repertorio del nostro artista, troviamo che l’episodio genovese restituisca bene e in maniera opportuna il talento del pittore di Anversa.
Allievo di Rubens, Van Dyck conduce la sua formazione più nei termini di una collaborazione tra pari che in quelli di un semplice apprendistato, assimilando e rielaborando la lezione del maestro. Di contro all’impetuosità delle giunoniche e sfrangiate figure rubensiane, Van Dyck sembra però privilegiare sin dagli esordi un tratto più morbido, controllato, quasi che stesse cercando di teorizzare con la pittura una sorta di “aritmetica” della forma. In mostra non vi troverete dunque davanti a opere che trasbordano pathos, bensì sarete accolti da figure eleganti e dallo sguardo intenso, emotivamente caratterizzate come quelle dei ritratti, oppure spiritualmente potenti come quelle di soggetto sacro.
Il biografo e trattatista Stefano Bellori, nelle sue Vite del 1672, racconta che nel fare i ritratti Van Dyck iniziava la mattina presto e procedeva senza sosta tutto il giorno, interrompendo il lavoro solo per la pausa pranzo, durante la quale sedeva a tavola con il suo committente. Questo divertente aneddoto restituisce tutta la fama e il prestigio di cui Van Dyck era avvolto, tanto da potersi sentire libero e confidente di pranzare alla mensa dei signori del proprio tempo. Ed il suo tenore di vita non tradisce lo status da lui ricercato, di cui le fonti in più parti ci parlano: per esempio sappiamo che l’anno prima di morire, dunque nel 1640, il pittore viaggiava con ben cinque servitori al seguito, più quattro addetti alla carrozza.
i certo Van Dyck era stato condizionato dallo stile di vita lussuoso che sin dall’infanzia aveva apprezzato nella piccola ma ricchissima Anversa, e dal quale era stato successivamente stimolato anche grazie alla frequentazione delle dimore patrizie durante il lungo soggiorno italiano tra il 1621 e il 1627. E Genova, tra le tante città di questo peregrinare, ha coltivato molto il talento di Van Dyck, ricoprendo un ruolo centrale nella definizione del suo stile e nell’accrescimento della sua fama. Non è quindi da trascurare il fatto che sia proprio la Superba ad ospitare oggi, dopo circa quattro secoli dal suo primo sbarco, una mostra che ne racconta il talento e la versatilità .
Il rapporto con le aristocrazie è bene espresso dalla messe di ritratti del corpus vandyckiano, che abbondano in pinacoteche e raccolte di tutto il mondo: erano tantissimi a voler posare per Van Dyck, che sapeva rendere con meticolosità ed efficacia l’animo di ogni soggetto, definendone il lignaggio, inserendolo nel suo contesto, restituendo la morbidezza e la preziosità dei tessuti di cui si vestiva, nonché le ambizioni sopite nel suo spirito. In mostra troverete quindi il glorioso Carlo V dalle raccolte degli Uffizi, e un magnifico ritratto dei fratellini della genovesissima famiglia Giustiniani Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo, a lungo dato come dipinto della dinastia Balbi e ora restituito, grazie alle ricerche delle curatrici, al suo messaggio originale. Altro ritratto assai sofisticato è quello di Maria Chiavari Durazzo, giunto dalle collezioni Odescalchi e anche lei data come una Balbi e ora ritornata alla sua vera identità , sempre genovese!
Chiude la mostra una sezione davvero inaspettata, nella quale l’abbondanza di pizzi, merletti, gorgiere e gli sguardi sagaci dei ritratti viene messa da parte per fare spazio alle grandi vicende delle Scritture. Si svela in chiusura un Van Dyck ancora diverso, che osiamo definire strepitoso, con opere di grande formato e di massima intensità , di cui le nostre preferite sono state La Cattura di Cristo in prestito dalla Phoebus Foundation di Anversa, il Cristo portacroce del vicino Palazzo Rosso, e infine la magnifica Crocifissione, che svetta al centro della Cappella Dogale, giunta eccezionalmente in prestito dalla chiesa rivierasca di San Michele di Pagana. Unica pala d’altare eseguita in Liguria da Van Dyck, l’opera viene commissionata dal mercante Francesco Orero, dal quale le deriva il nome con cui è nota, Pala Orero, ed il suo valore è ulteriormente arricchito dal fatto di essere una delle rarissime pitture sacre di Van Dyck tutt’oggi esposte sull’altare della chiesa per la quale fu dipinta.
Nell’anno in cui Genova viene continuamente citata da più parti sulle riviste internazionali in veste di destinazione da non perdere, la mostra Van Dyck l’europeo è di certo una voce da spuntare nella lista dei must see del proprio itinerario.
In provincia di Parma, l’esposizione “ErtĂ© – Lo stile è tutto” ripercorre la carriera di uno dei massimi esponenti dell’Art…
Dall’insegnamento legale ai soggiorni in Italia, tra Roma, Napoli e Palermo, Heidi Brown, nel suo ultimo libro, racconta il suo…
Lo spazio indipendente Studio Orma prosegue la sua ricerca su pratiche site specific con Arrocco, nuova mostra che indaga la…
A Bologna, un progetto diffuso del Teatro dell’Argine trasforma piazze, istituzioni e palcoscenici in spazi di parola e responsabilità collettiva
Al Museo Le Carceri di Asiago, 100 manifesti dell'Archivio Storico delle Arti Contemporanee della Biennale di Venezia raccontano l'evoluzione dell'identitĂ …
Partecipare al concerto di Gilberto Gil all’Alcatraz di Milano ci ha ricordato che la musica è uno spazio di libertĂ :…