Filippo Mazza, Una mosca, 2022, detail. Courtesy ArtNoble Gallery ph credit Michela Pedranti
Una galleria apparentemente vuota è ciò che appare varcando la soglia di C’era una mosca, la prima personale di Filippo Mazza da ArtNoble, a Milano, accompagnata dai testi di Ilaria Baia Curioni e dal sound design di Jacopo Gino. La mostra è il risultato dell’indagine dell’artista sul rapporto tra soggetto e oggetto, inteso non nel suo essere inanimato ma come la possibilità di creare spazi di relazione. In questo contesto, il suono e l’ambiente circostante sono due degli agenti chiave. Entrambi hanno il compito di guidare verso l’interpretazione e la scoperta di sensazioni diverse da quelle percepite solitamente all’interno di una galleria.
L’interattività di C’era una mosca emerge sin dall’esterno della sala espositiva. L’accoglienza è data da un Vademecum di intenzioni dell’artista, che chiama il pubblico ad interagire con lo spazio espositivo brandendo un acchiappamosche realizzato ad hoc per l’occasione. Ed ecco che lo spettatore si ritrova nel bel mezzo di una ricerca, nel tentativo di scovare quella piccola e introvabile mosca d’oro. La sensazione è di prendere parte ad una caccia al tesoro, più o meno lenta e soprattutto minuziosa. Ma è proprio in questo vagare che risiede l’intento di Mazza.
Percorrendo le sale di ArtNoble, infatti, l’attenzione è catturata da molteplici particolari: dalle pareti bianche all’impianto di aerazione, fino alle casse stereo e ai tubi. Il fil rouge, che riporta immediatamente l’attenzione sulla realtà, è un ronzio continuo, definito come “opera d’arte sonora”, che si propaga inaspettatamente nelle sale della galleria. A questo suono costante e incessante, però, non corrisponde una presenza fisica che ne giustifichi l’evento. «Ma dov’è finita questa mosca? Mi sta dando alla testa, così piccola, così inutile. Fastidiosissima».
C’era una mosca, di Filippo Mazza, diventa una ricerca del dettaglio, un’esplorazione giocosa degli spazi della Galleria ArtNoble, a Milano. L’atto del camminare e del guardarsi intorno permette di vedere concretamente l’ambiente circostante, percependosi come un “uno” all’interno di un gruppo di “altri” – e di altro. Allo stesso tempo, porta a fare un’esperienza, diventando parte attiva e importante dell’esposizione. Anche la durata della mostra, che chiuderà il 13 marzo 2025, rispetta in modo coerente il ciclo di vita proprio di questo insetto, che continuerà ad essere presente nella sua stessa assenza.
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