"È questa la prima o l’ultima notte sul nostro pianeta?", Nuti-Scarpa - Galleria Alessandra Bonomo
Un’esplorazione di universi paralleli: così Delfina Scarpa e Lulù Nuti definiscono la loro doppia personale “È questa la prima o l’ultima notte sul nostro pianeta?”, curata da Teodora di Robilant e aperta fino al 30 aprile alla galleria Alessandra Bonomo. Concepita come un dialogo tra pittura e scultura, la mostra “pone lo spettatore in un confronto intimo con la rappresentazione di un mondo che sta cambiando” attraverso la presentazione di “paesaggi dall’impronta personale che affiorano e raccontano visioni diverse attraverso versanti paralleli che si riconciliano nell’uso del colore” scrive la curatrice, che ha strutturato l’allestimento come un dialogo tra sensibilità affini, mettendo in risalto le affinità elettive delle due artiste, che operano entrambe alla stessa generazione, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta.
Entrambe costruiscono ritratti frammentati di paesaggi estratti da memorie vicine e lontane: i dipinti informali di Delfina Scarpa sono frutto di un rapporto emotivo e dinamico con il colore, che riportano sulla tela momenti colti durante percorsi abituali compiuti nelle campagne del centro Italia, evocati attraverso sofisticati dialoghi tra cromie acide e psichedeliche, raggiungendo risultati di notevole potenza come nel dittico Motore, Remoto (2020) giocato su una sovrapposizione di smalto, acrilico e olio che crea chiaroscuri e traiettorie elettriche, e Senza Titolo (Sempre Ninfa,luogo a me caro) (2021) dove i toni più delicati dell’acrilico creano rarefatti passaggi cromatici, che ricordano i dipinti di Franz Marc, cofondatore del Cavaliere azzurro con Kandinskij, e i pastelli simbolisti di Odilon Redon. La presenza in mostra di Lulù Nuti ruota giocoforza intorno all’installazione elastica Mari (2021) collocata in fondo alla prima sala e composta da aste modulari con forme di cemento che ricordano bandiere stracciate dal vento e recano tracce di mari appena visibili.
“Le opere di Nuti – scrive Teodora – sono parte del progetto cosmologico mirato a calcare il mondo per riprodurlo altrove, cercando di confinarne la forma e conservarne la memoria”. Le sculture a terra, che ricordano per certi versi le Nature di Lucio Fontana, sono una sorta di conchiglie che l’artista ha chiamato Sun Sulfur Iron : chiamate a dialogare con il dipinto di Delfina Scarpa Senza Titolo (Sempre Ninfa,luogo a me caro) costituiscono presenze solide e primitive, rese contemporanee dall’inserto di pigmenti fosforescenti. Un altro momento forte della mostra è l’incontro tra Sermoneta (2020), la tela abitata da forme sfumate e oniriche con Leftover VI (Orecchio) (2020), la scultura a parete realizzata con colla da piastrelle e plastilina fosforescente, dove si intravedono i resti degli scarti colorati dei globi terrestri utilizzati per i calchi. Una geografia ridotta ad un gesto rifondativo ma originale in quanto camuffato, che rende la ricerca di Nuti in sintonia con l’idea di un riciclo consapevole e poetico. Due artiste che appartengono ad una scena romana emergente da tenere d’occhio, perché può riservare nei prossimi anni sorprese inaspettate.
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