Silvia Bigi, portrait, ph. Luca Maria Baldini
Tratta dall’omonima rassegna ideata dall’artista e curatore indipendente Francesco Arena, la rubrica “OTHER IDENTITY – Altre forme di identità culturali e pubbliche” vuole essere una cartina al tornasole capace di misurare lo stato di una nuova e più attuale grammatica visiva, presentando il lavoro di autori e artisti che operano con i linguaggi della fotografia, del video e della performance, per indagare i temi dell’identità e dell’autorappresentazione. Questa settimana l’ospite intervistato è Silvia Bigi.
Il nostro privato è pubblico e la rappresentazione di noi stessi si modifica e si spettacolarizza continuamente in ogni nostro agire. Qual è la tua rappresentazione di arte?
«Arte per me è soglia, incrinatura. Reale nascosto fra le pieghe della realtà. E’ molto pericoloso il rappresentare, perché da soglia si fa discorso e i discorsi tendono a solidificarsi e a diventare a loro volta rigidità. Come artisti abbiamo il compito di rimanere vigili in questo senso e produrre solo quanto basta a risvegliare dal torpore».
Creiamo delle vere e proprie identità di genere che ognuno di noi sceglie in corrispondenza delle caratteristiche che vuole evidenziare, così forniamo tracce. Qual è la tua “identità” nell’arte contemporanea?
«Non saprei, non riesco a definirla, ma se proprio devo farlo direi fluidità».
Quanto conta per te l’importanza dell’apparenza sociale e pubblica?
«Apparenza è davvero una parola che non mi appartiene, tuttavia credo sarebbe estremamente ipocrita per chiunque operi nella sfera artistica dire che l’apparenza non abbia alcuna importanza. Siamo parte di un sistema, che lo vogliamo o no. Ad ogni modo sogno un mondo in cui ci sia meno necessità di performare ruoli. Meno bisogno di apparire conformi».
Il richiamo, il plagio, la riedizione, il ready made dell’iconografia di un’identità legata al passato, al presente e al contemporaneo sono messi costantemente in discussione in una ricerca affannosa di una nuova identificazione del sé, di un nuovo valore di rappresentazione. Qual è il tuo valore di rappresentazione oggi?
«Lo sto cercando. Credo che lo cercherò sempre. Ad oggi sono giunta al confine della rappresentazione, ma vorrei spingermi oltre».
Il nostro “agire” pubblico, anche con un’opera d’arte, travolge il nostro quotidiano, la nostra vita intima, i nostri sentimenti o, meglio, la riproduzione di tutto ciò che siamo e proviamo ad apparire nei confronti del mondo. Tu ti definisci un’artista agli occhi del mondo?
«Sì».
Quale “identità culturale e pubblica” avresti voluto essere oltre a quella che ti appartiene?
«Dissidente».
Silvia Bigi (Ravenna, 1985) è laureata al DAMS di Bologna. Attraverso l’utilizzo di diversi linguaggi – fotografia, installazione, scultura, suono, video, disegno – il suo lavoro esplora il concetto di origine, dubitando della natura degli oggetti. Le sue opere, oggi parte di collezioni pubbliche e private, sono state premiate e selezionate per esposizioni nazionali e internazionali in musei, fondazioni e gallerie d’arte, tra cui la mostra “Engaged, active, aware: women’s perspective now”, vincitrice del Lucie Award – Best Exhibition nel 2018. Il suo lavoro è stato pubblicato in magazine come Artribune, Der Greif, IO Donna, Atpdiary, Yet Magazine, Artslife, World Photo Organisation, British Journal of photography. Attualmente vive e lavora a Milano. È inoltre fondatrice di Percorsi Fotosensibili, piattaforma digitale dedicata all’immagine e alle pratiche visuali.
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