Riccardo Angelini, ph. Daniele Maurizi
18 traslochi, sei atelier sparsi per Parigi, corsi di cucina per addii al nubilato, una laurea in arti plastiche finanziata dallo Stato francese. E poi il ritorno, non come ripiegamento ma come presa di coscienza. Riccardo Angelini è un artista visivo cresciuto nell’entroterra marchigiano che ha scelto — e subìto — la complessità come metodo. Oggi è uno dei fondatori de Lou Capanneau, studio e centro culturale lungo la valle del fiume Aso, nel Fermano. Con lui abbiamo parlato di spostamenti, di lavoro, di materia e dell’era digitale ma, soprattutto, del rapporto tra grandi e piccoli centri nell’esperienza artistica.
Marche, Bologna, Parigi e di nuovo Marche. Innanzitutto, perché sei partito?
«Parto per Bologna intorno ai vent’anni per frequentare l’Accademia. Quando parti a vent’anni è perché sei mosso dalla curiosità, dalla voglia di vedere il mondo. Dopo qualche anno, e dopo un po’ di avanti e indietro, mi stabilisco definitivamente a Parigi. Volevo fare l’artista, ero sicuro di avere qualcosa da dire, e mi è sembrato il contesto migliore per poter inseguire questo sogno.
Ed è proprio a Parigi che ho iniziato a capire che la materia poteva essere qualcosa da indagare, per capire come chimicamente polveri, colori e composti di diversa tipologia evolvono nella forma e nel colore».
Dato che la vita entra sempre in rapporto con le opere, che lavori hai fatto a Parigi per mantenerti?
«Arrivo a Parigi con una cassa di 30 quadri per fare una mostra, pensando di andare a fare l’artista coi miei 31 anni nel 2011. La mostra va bene, vendiamo un quadro, ma dopo 15 giorni la città comincia a obbligarmi a capire come procurarmi da vivere.
Uno degli extra che ho fatto a Parigi, che mi ha retribuito nella maniera migliore, è stato fare corsi di cucina agli addii al nubilato: arrivavo a casa della festeggiata, portavo un tiramisù fatto il giorno prima e poi le facevo preparare il risotto. Una specie di showcooking. Fantastico. Ho lavorato molto come aiuto cuoco, barman e barista, ho fatto supplenze e ripetizioni di disegno a casa.
Il lavoro che mi ha messo in regola con Parigi è stato quando mi hanno preso come commesso in un negozio di abbigliamento vintage, dove ho lavorato due anni. Quando il punto vendita ha chiuso non ero né stato licenziato né mi ero licenziato, quindi lo Stato francese mi ha preso fra le sue braccia continuando a pagarmi l’80% dello stipendio per un anno e mezzo e mi ha dato modo di frequentare un corso di formazione in arti plastiche.
Mi sono ritrovato, dopo anni di fatiche vere, con uno stipendio a fare lo studente in sei atelier diversi dislocati per tutta Parigi — un anno e mezzo che è stata una sorta di regalo che Parigi mi ha fatto per aver stretto i denti».
Saresti stato disposto a fare tutta quella fatica restando nelle Marche?
«Parigi è un po’ una specie di inferno che ogni tanto ti regala dei pasticcini. Me la sono immaginata sempre così. Nelle Marche sarebbe stato diverso, perché qui avevo la mia comfort zone – una casa e, paradossalmente, già un giro di collezionisti, quello che mi bastava per vivere. Invece sono andato volutamente a complicarmi la vita, andando in un Paese con una lingua diversa, in un periodo in cui la mia famiglia non poteva nemmeno aiutarmi economicamente. Ho affrontato anche il fatto che a Parigi non si riesce a trovare casa facilmente: sono andato avanti coi subaffitti e ho fatto 18 traslochi. Ero sempre con la valigia in mano. Nella sofferenza ho sempre trovato la parte positiva.
È stato l’insegnamento più grande il fatto di essermela cavata da solo. Capire che il lavoro d’artista non basta, e che bisogna rimboccarsi le maniche per fare anche altro. Questa è una metafora di vita molto forte».
Quindi nella sofferenza hai trovato poi anche lo stimolo e la scintilla per la tua creazione artistica.
«Esatto».
Ma perché sei tornato poi?
«Mi ero reso conto che a Parigi, per quanto potevo impegnarmi, non riuscivo a costruire qualcosa: vivevo piuttosto alla giornata. Il ritorno non è stato un ripiegamento ma un prendere coscienza che si era chiuso un ciclo e se ne poteva aprire un altro: ho incontrato questo spazio, Lou Capanneau, ho conosciuto Carlotta (la sua compagna, ndr), ho iniziato a lavorare con una galleria nella stessa estate.
C’è una frase bellissima che mi ha detto una delle professoresse al corso di arti plastiche, con cui poi ero diventato amico: «Riccardo, basta mangiare le noccioline». Avevo i miei 37-38 anni e quella frase me la porto ancora dietro.
Tornando quaggiù ho costruito qualcosa, ho fatto cena insomma. Dopo anni di movimento avevo bisogno di un luogo in cui il tempo fosse più lento, più profondo. Restare poi è stata la scelta più adulta: un modo per abitare il mio lavoro senza scappare altrove».
Con l’Era Digitale, secondo te, la distanza tra grandi centri e provincia è ancora tangibile?
«Vivendo a Parigi o in centri come Milano capisci quanto è importante quello che una città del genere può offrire a un artista: esci di casa e rischi di incontrare il collezionista, il gallerista, un altro artista e magari finisci una serata a casa di un importante curatore. Nelle Marche e soprattutto nell’entroterra, ad esempio, non abbiamo le stesse possibilità. Però siamo noi che dobbiamo ritagliarci queste occasioni: tutto è più calcolato, più scelto.
Da un certo punto di vista si alza anche la qualità: ti ritrovi a parlare con persone con le quali hai scelto di avere a che fare, non le incontri per caso. La cosa importante è continuare a stare qui, ritagliarti determinati tipi di situazioni, e soprattutto tenere il canale aperto tra la periferia e il centro dove la cultura è più viva. Questa trasversalità la reputo importante: riuscire a dire, in questo momento vivo qui, ma ho agganciato la connessione col centro.
Grazie a internet riusciamo a collegarci a una mostra o vivere un dibattito a chilometri di distanza. Questo ci lega in una rete comune che permette di sincronizzarsi a livello generale. L’unica cosa è che a livello relazionale-umano questa rete va coltivata: si possono avere rapporti con situazioni lontane in maniera virtuale, ma la presenza fisica resta comunque importantissima.
Rimane molto importante prendere la macchina o il treno e farsi tot chilometri per visitare una mostra dal vivo, per far vedere anche che dietro al lavoro che presentiamo c’è l’uomo, la persona che lo sostiene. In un’epoca così digitalizzata, per quanto possa sembrare superfluo visitare realmente una mostra, secondo me è importantissimo vivere realmente quello che potremmo anche, in teoria, vivere dal divano di casa».
Quando parli della tua produzione artistica nomini sempre Parigi, anche se ormai sei in pianta stabile nel Fermano. Non è che da Parigi non te ne sei mai andato davvero?
«Parigi non è un vero luogo da cui ci si congeda davvero. È una città che ti attraversa e poi resta dentro di te, nel modo di guardare e di lavorare. È stato proprio a Parigi che ho ripreso in mano il disegno, riattivando una ricerca momentaneamente sospesa: lasciare che il lavoro nascesse anche dal comportamento dei materiali, dal loro modo di reagire nel tempo. Non imporre un’immagine ma costruire le condizioni perché qualcosa accadesse. In questo senso Parigi non è stato un inizio ma una riapertura, un luogo in cui alcune intuizioni precedenti hanno trovato una nuova intensità. E poi restano le relazioni lavorative e affettive che continuano ancora oggi.
Per questo è vero, non me ne sono mai andato del tutto, come forse non mi ero mai staccato nemmeno dai luoghi da cui provengo. I luoghi penso che nella nostra esperienza non si sostituiscono, si stratificano. Che poi da Parigi non me ne sono mai andato perché c’ho ancora una casa affittata a nome mio – ci vivono delle persone e io gestisco la casa da qui, da remoto. È un altro lavoro che ho dovuto inventare».
Per concludere, le tue opere sono soggette alle leggi imperscrutabili della fisica e della chimica, quasi a imitare l’imprevedibilità dell’esperienza umana ed animale. La forma è una conseguenza di questo processo. Quale forma senti di aver assunto tu ad oggi?
«Con il tempo ho capito che non mi interessa controllare tutto, né esternamente né internamente. Lavoro con materiali che reagiscono, si ossidano, cambiano. Il colore continua a modificarsi anche dopo che l’opera ha lasciato lo studio. Questo mi ha insegnato a lasciare spazio a ciò che accade.
Sento di aver assunto una forma più porosa, meno rigida, meno concentrata sull’imporre e più sull’ascoltare. I luoghi che ho attraversato, le esperienze fatte, anche le fratture personali, hanno inciso su di me come un reagente su una superficie, lentamente, senza chiedere permesso. Non penso di avere una forma definitiva. Forse la mia forma oggi è proprio questa apertura, questa disponibilità a restare in movimento. Prima ero molto più rigido; adesso ho capito che bisogna lasciar andare, come nella vita. La maturità è arrivata sia a livello umano che di ricerca artistica».
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