Biennale d'Arte di Venezia 2026
Suoni di ragtime, la visione in lontananza del castello di Cenerentola, odore di mela caramellata. Con la pioggia, che si manifesta spesso in acquazzoni di breve durata, petricore e brugmansia. Queste, più o meno, le prime sensazioni che sollecitano chi varca il cancello del parco Disney a Orlando in Florida. Poi la folla.
Un formicaio inoperoso. Ma che, a guardarlo, pare sapere esattamente come muoversi, senza esitazioni o incertezze prosegue ostinato verso un qualche luogo indefinito. I neofiti, gli entusiasti, tenderebbero a gettarvisi in mezzo, scegliendo la moltitudine più aggregata e seguendola; ritenendo che ciò che valga bene per i molti sia vantaggioso anche per loro. Fede più che fiducia umana.
I connoisseurs invece hanno già sentito, sanno, che Space Mountain va fatta prima che arrivi la torma, per evitare la lunga, estenuante fila. Sanno pure che devono giovarsi al meglio dell’ingresso privilegiato che spetta solo a chi soggiorna nel parco in uno dei tematizzati hotel Disney, a chi è già in quel mondo, e che garantisce un’apertura con un’ora di anticipo rispetto a tutti gli altri.
La Biennale d’Arte di Venezia è una incantevole esperienza che per qualche ora ti cala fisicamente in un luogo costruito per lasciare fuori tutto il resto, includendolo. Una catabasi nel magnifico, munifico, giardino dell’estetica, un arsenale di prospettive, colpi d’occhio e decodificazioni sull’animo umano, che così tanto instancabilmente cerca di trovare infinite complicazioni a una pacifica convivenza su questo pianeta.
A ben guardare, un recinto d’oro in cui il quotidiano sublimato in arte, attraverso quindi l’inganno dei sensi, ci affida a una realtà in cui l’armonia tra società, tra Stati ordinatamente organizzati in Padiglioni, sia possibile. In cui, meglio, in alcuni casi sia addirittura possibile anche odiare il vicino, se stessi, a mezzo luci intermittenti, colori opachi, tessuti intrecciati o performance di raffinatissimo impatto.
Tutto ciò intermezzato, certo, da colpi di scena che irrompono improvvisi e che solo apparentemente sembrano stridere, perturbare: una donna nuda che corre per i viali, tanto rapida da non far leggere il cartello con il quale si copre il seno, urla contro il governo del Perù; incuriositi soldati dell’esercito ucraino compostamente s’inerpicano tra le immagini del Padiglione spagnolo; un uomo sulla sessantina, forse un fotografo, che dopo aver accumulato – rumorosamente – in gola una buona dose di catarro, platealmente la consegna sull’uscio del Padiglione russo, lanciando a mezza voce uno strale, una maledizione.
Il Ministro della Repubblica italiana Matteo Salvini, più alto dal vivo che in fotografia, erto nei suoi pensieri che passa in rassegna il Padiglione cinese, accostato a una interprete che con difficoltà riesce a stare dietro alla traduzione dei suoi silenzi durante l’osservazione delle opere. Scompare poi via, dopo qualche fugace parola di circostanza, accomodandosi sui sedili posteriori di un caddy, non senza però aver prima concesso a un lavoratore africano con indosso cappello del Venezia, l’unico selfie richiesto. Mentre fuori di certo qualcosa stava accadendo: chi dice poche migliaia, chi quasi diecimila, manifestavano.
A fine giornata, i cancelli però si chiudono: le Space Mountains che ci avevano fatto vivere in sicurezza il brivido della morte si fermano. Si pubblica qualche foto, si cerca o si progetta di acquistare qualche souvenir, tele, sculture o miniature di gondole meccanizzate, a ognuno i suoi.
Ci si allontana in mezzo alla folla che, confondendosi con le altre folle per le calli di Venezia, torna a essere esigua irrilevante minoranza. Gli ultras che festeggiano la promozione, un venditore di rose, uno spritz al Cynar…i Padiglioni esterni.
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