Categorie: Attualità

Disimparare l’Occidente. Arte, tempo e decolonialismo

di - 18 Gennaio 2026

L’ultima sera incontro Pablo in un bar in Santa Teresa, un quartiere sopraelevato di Rio. Il bar di Jorginho è a stento definibile tale: è un banchetto probabilmente ricavato da un garage che i turisti non prenderebbero mai in considerazione. È invece il posto preferito di Pablo, che predilige luoghi onesti e proprietari simpatici, ancor meglio se c’è un churrasco, all’atmosfera jazz che sta invadendo l’area cool di un quartiere ormai per metà abitato da francesi e tedeschi. Ordiniamo due bicchieri di cachaça con due cocchi e ci sediamo su un paio di poltrone sgualcite in mezzo alla strada. Piove sopra di noi ma siamo a Rio, fa caldo, le favelas sfavillano ed è un piacevole commiato. Le favelas di Rio de Janeiro sembrano colline ricoperte di luci come grandi alberi di Natale. Da Ipanema il sole cala dietro la favela Vidigal e le sue luci sono per me il vero tramonto della città. Un terzo delle persone vivono in queste comunità informali che dominano tutte le alture della metropoli come monti addobbati: Rocinha, Maré, Providência, dove dicono sia nata la samba. Accanto a noi c’è Santo Amaro, che mi tiene sveglio la notte con i dj set di baile funk, come se non bastasse la musica del giorno. Studiare è stato impossibile nelle ultime settimane, ma gli autori che studio li posso incontrare passeggiando la mattina tra queste stesse vie, come Ailton Krenak e Eduardo Viveiros de Castro.

Pablo è una persona di spirito generoso e di origini messicane anche se ormai naturalizzato carioca. È curator-at-large del Guggenheim per l’America Latina e mi ha introdotto lui nella scena artistica tre mesi prima. Mi dice scherzando che questo è il test finale, per capire se ho compreso quello che c’era da apprendere da questo paese. La domanda è un trabocchetto, e durante la chiacchierata capisco che nella risposta sta il succo non solo dei mesi passati in Brasile, ma di tutto il tempo che ho vissuto in sudamerica. La risposta sta nel capire che le cose che ho imparato contano molto meno di quelle ho disimparato; che la vera domanda è: «ho imparato a disimparare?».

Tenterò di spiegare cosa può voler dire disimparare, per rielaborare il non detto di quello scambio di battute che è al centro della mia esperienza ma anche di tante questioni: della questione decoloniale, del nostro tempo, del vivere meglio e di pensare un futuro diverso. Con disimparare si intende innanzitutto il modo di vivere e pensare occidentale, che come “gringo” mi porto dietro ovunque in Brasile, che è scritto sulla mia fronte ma inscritto nella profondità del mio inconscio, dei miei comportamenti e dei miei valori. Questo modo di pensare ha ovviamente un lungo corredo: universalismo delle idee, senso dell’utile, dominio della razionalità etc. un’eredità, appunto, da disimparare. «O que você desaprendeu?» è una domanda che così formulata non si potrebbe, tuttavia, porre al termine di un percorso di studi, nemmeno di un master in antropologia latinoamericana, perché la logica dell’insegnamento si fonda sul principio della conoscenza, come può essere il re-writing – la riscrittura della storia – piuttosto che l’unlearning. Lo stesso principio didattico-discorsivo si trova nelle biennali, nei musei, nei luoghi culturali, e in questa differenza sta tutto il paradosso dell’affrontare la vera questione, quella della perpetuazione delle logiche dell’ideologia neo-liberale. Siamo infatti soliti pensare alla decolonializzazione in Europa come un processo intellettuale, nato nei musei e nei libri di antropologia, un atteggiamento tipicamente moderno che parte dalla premessa che traducendo discorsivamente un problema e affrontandolo razionalmente questo si potrà risolvere andando avanti. Concettualizzando un tema, lo si rimodella automaticamente nell’orizzonte epistemologico dominante, che per sua natura esclude ogni altra epistemologia, dove si finisce per incasellarlo, sezionarlo e trasformarlo in un bel pacchetto discorsivo per teorici e artisti. Disapprendere un comportamento o un modo di pensare si fonda invece sulla rieducazione dei processi cognitivi e dell’inconscio, oltre che le abitudini e il corpo, una sfida che si pone su un piano diverso da quello della conoscenza.

Rendersi conto che proprio questo è il nodo del problema – e che l’arte contemporanea concorre a ricrearlo – è la consapevolezza a cui arrivo al tasso alcolico tra la prima e la seconda cachaça. La riflessione torna così (e si conclude) nuovamente al bar, perché intorno al “boteco” voglio mostrare un esempio personale e circostanziato di disapprendimento. Il boteco è un bar social- popolare di strada, con tavolini e sedie in plastica, dove le persone passano le giornate a bere socialmente birre ghiacciate. Questa è un’abitudine tipicamente sudamericana occidentalmente considerata improduttiva di usare il tempo, quasi disgraziata, la stessa che aveva spaventato i conquistatori quando avevano visto gli indigeni usare l’amaca, oggetto di una bellissima mostra itinerante curata da Raphael Fonseca nel 2019, intitolata Vai Vém. Uno strumento osceno, bandito perché simbolo di inezia, poi diffuso per la sua bellezza estetica. L’“improduttività” marchia infatti i cliché di ogni “latino”, dalla calma messicana all’inerzia brasiliana che mina ogni attività fino a Carnevale. Guardando le cose diversamente, la capacità di vivere un tempo lento si rivela una possibilità di vivere il presente che l’europeo ha rinnegato e infine perso. Per noi, il futuro è l’oggetto di investimento del desiderio che sacrifica il piacere del presente per l’espansione economica del domani, come diceva Weber. L’etica del piacere sudamericana è l’opposto dell’etica protestante alla base dell’ideologia capitalista occidentale. Deviando il desiderio, siamo diventati sempre più incapaci di godere. Questa beatificazione del sacrificio è alla base di tutti gli errori del capitalismo e della nostra infelicità. Come scrive Lauren Berlant in Cruel Optimism, tendiamo a patologizzare questa predisposizione affezionandoci all’idea che ci aspetti sempre un futuro migliore dell’oggi. Se le citazioni le ho imparate nella cornice che mi vuole un ricercatore produttivo, il godimento del tempo improduttivo è una forma di riappropriazione di un diritto e di decolonizzazione del mio inconscio che ho imparato nell’esercizio quotidiano del bar. Ma il boteco è solo un esempio, che si potrebbe estendere alla pratica del sonnellino, che Tricia Hersey propone come forma di resistenza nel manifesto Riposare è resistere, e che soprattutto pratica con il suo Ministero del riposo. Leggete, dunque, il libro, preferibilmente dalla comoda posizione di un’amaca.

Edoardo De Cobelli (Bergamo, 1992) è curatore e dottorando presso l’Università Milano Bicocca – PhD in Patrimonio Immateriale nell’innovazione socio-culturale. È fondatore di Spazio Volta, centro culturale nato a Bergamo in collaborazione con l’amministrazione comunale. È curatore per il progetto Una Boccata d’Arte promosso da Fondazione Elpis dal 2022, ha fatto parte del team curatoriale della Quadriennale di Roma 2021-2024 e del Premio San Fedele. La sua pratica curatoriale si affianca ad una più ampia progettualità culturale che promuove la scena artistica nel segno della rigenerazione urbana e del rapporto con le comunità, vicina al concetto di comunità patrimoniale.

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