Categorie: Beni culturali

Il restauro Virtuale di Parco Lama d’Antico

di - 11 Agosto 2019

In una chiesa scavata nella roccia i muri iniziano improvvisamente a infrangersi. Al loro posto compaiono abside e nicchie. Una luce le illumina e un profilo inizia a delineare al loro interno decine di figure stanti e ieratiche. Un attimo dopo campiture sature ne riempiono le forme, inscenando una complessa teoria di santi di matrice bizantina, databili al XIII secolo. Siamo a Lama d’Antico, nell’agro di Fasano, parco rupestre tra i più noti in Puglia. Un insediamento abitativo sorto nel X secolo e popolato fino al XVI, connotato dalla presenza di tre importanti edifici ecclesiastici altomedievali, in cui si conservano, in forma lacunosa, importanti palinsesti pittorici. Affreschi che oggi sono tornati a risplendere grazie a un complesso restauro virtuale, tra i primi in Italia.

Promosso dalla Fondazione San Domenico, che da sei anni gestisce il sito assicurandone la conoscenza e la valorizzazione, l’intervento è stato curato da Giuseppe Donvito, storico dell’arte responsabile del Parco e ideatore del progetto, dall’esperta di restauro virtuale Maria Potenza e da Massimo Limoncelli, archeologo digitale e docente presso l’Università di Palermo. Attraverso una laboriosa operazione di videomapping è oggi possibile ammirare le pitture parietali nel loro antico fulgore, senza la necessità di operare sugli affreschi interventi anacronistici o addirittura dannosi.

«Nell’operare – ha precisato Donvito – si è lavorato non solo sulla ricostruzione degli affreschi ma sul concetto stesso di restauro, consapevoli che ogni intervento restaurativo rappresenta un prezioso momento di conoscenza». La tecnologia ha infatti aiutato gli studiosi a dirimere antiche questioni iconografiche, riconoscendo con certezza un San Leone, vescovo di Catania, santo bizantino ancora assai venerato in Italia meridionale nel XIII secolo, o ricostruendo con la giusta successione cronologica la figura della Vergine alla sinistra della deesis, passata da Vergine intercedente a Vergine odegitria.

Tutto questo mentre impercettibili lacerati sulla parete di fronte l’ingresso hanno portato alla scoperta di un antico santo cavaliere, forse un San Giorgio o un san Teodoro. E ancora si è potuto decifrare le tante iscrizioni presenti sugli affreschi accogliendo appieno il loro importante apporto per il riconoscimento iconografico delle figure. Oltre alla conoscenza del sito è stata restaurata l’immagine che di esso si doveva avere a quanti venivano a visitarlo tra medioevo ed età moderna. Insieme alla complessità iconografica e alla bellezza dei colori, infatti, le è stata restituita l’antica spiritualità.

«Ci sono mondi che sono fuori del mondo. Qui siamo in un altro tempo» ha dichiarato Vittorio Sgarbi, ospite dell’evento insieme a Enrico Mentana. «La luce elettrica – ha detto – ci fa oggi vedere ciò che il giorno ci avrebbe fatto vedere se il tempo non avesse rovinato ciò che per volontà di artisti ispirati da Dio si doveva vedere. Il loro anonimato è l’origine della loro grandezza. Erano uomini che pregavano dipingendo». A partire da oggi è possibile conoscere meglio quella grandezza e immergersi nella beatitudine della contemplazione fino a comprenderne le ragioni più profonde.

Nato a Terlizzi nel 1980, è giornalista, critico d’arte e curatore indipendente. Dopo la laurea in Conservazione dei Beni Culturali presso l'Università degli Studi di Lecce, si perfeziona sull'Arte del Novecento all'Università degli Studi di Bari. Già cultore della materia in Museologia presso l’Università degli Studi della Calabria e docente a contratto presso l’Accademia di Belle Arti di Vibo Valentia, ha condotto studi specialistici e curato mostre per Soprintendenze, istituzioni e musei.  

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