Dario Argento
Fin dal suo primo film, L’uccello dalle piume di cristallo (1970) fu subito chiaro che Dario Argento, allora trentenne, era un regista di talento. E anche amante dell’arte contemporanea, visto che il tentato assassinio della vittima si svolge all’interno di una galleria d’avanguardia, sotto gli occhi attoniti dello scrittore americano Sam Delmas, di passaggio a Roma. Da allora Argento è diventato un gigante nel mondo dell’horror internazionale, grazie a pellicole rimaste storiche come Suspiria (1977), riportato sotto ai riflettori dal remake di Luca Guadagnino nel 2018 e a Profondo Rosso (1975), con la colonna sonora del gruppo rock progressive dei Goblin. Una fama celebrata all’estero ma poco in Italia, che dedica al regista una grande mostra al Museo Nazionale del Cinema di Torino. “Dario Argento – The Exhibit“, curata da Domenico De Gaetano e Marcello Garofalo: una rassegna concepita come un itinerario nel mondo del regista, che riunisce materiali diversi per entrare in contatto con una personalità sfaccettata e complessa, in bilico tra cinema e arte.
“Il suo cinema visionario dialoga costantemente con le altre arti, creando universi visivi seducenti e messe in scena sontuose attraverso un uso vitale e libero della macchina da presa. Ogni film è una riflessione sulla natura dell’immagine e sulla sua percezione, facendo tesoro delle esperienze del precinema e degli studi a cavallo tra ottica e psicanalisi” spiega Enzo Ghigo, presidente del museo. L’itinerario della mostra è un percorso cronologico attraverso il cinema di Argento, da L’uccello dalle piume di cristallo (1970) al suo ultimo lavoro Occhiali neri (2022), presentato al Festival del Cinema di Berlino nella sezione Special Gala: per ogni pellicola sono esposte curiosità, citazioni, fotografie, sequenze filmiche, bozzetti, manifesti, costumi, creature meccanizzate e colonne sonore”. In tutta la sua opera il sogno diviene spazio, quasi come una rete invisibile e l’onirico si insinua nella realtà, non perché in contrapposizione, ma in quanto terribilmente somigliante a essa. Emblematiche le parole che in Inferno, Argento affida, quasi fossimo in un film di Godard, alla contessa Elise De Longvalle Adler (Daria Nicolodi): “È pittura, non sangue”, spiega il curatore Marcello Garofalo.
“L’approfondito viaggio nel suo cinema ci accompagna nell’analisi di un autore ossessionato e meticoloso che ha attraversato, con dovizia di particolari cruenti e scene cult, più di mezzo secolo di film realizzati, con titoli che hanno influenzato l’immaginario collettivo, non solo della cultura italiana” conclude Andrea Gambetta.
E il regista? Molto soddisfatto dell’operazione. “Con questa mostra avrò la possibilità di far conoscere anche ai più giovani l’intero mio percorso cinematografico, accompagnandoli all’interno del mio “cinema idealista”, fatto di incubi, sogni e visioni, ove la grigia realtà non è mai arrivata e mai arriverà. In un film che ho realizzato nel 1993, Trauma, mentre scorrono i titoli di coda l’obiettivo si sposta, continuando a raccontare possibili inizi di altre vicende. Questo perché mi piace credere che i miei film possano conquistare un grande spazio nella memoria dei miei spettatori, diventando anche dopo la visione un tutt’uno con la loro vita”.
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