Cate Blanchett è un’attrice australiana, di Melbourne, che, raggiunti i cinquant’anni – è nata il 14 maggio 1969 –, si pregia di una carriera vasta e articolata, in cui ha segnato alcuni passaggi del cinema contemporaneo, con generi e sfaccettature trasversali, attraverso interpretazioni sorprendenti. Non è semplice scegliere un film che possa essere rappresentativo di questa attrice versatile, elegante e brillante. Ma in Carol, pellicola di Todd Haynes, possiamo apprezzare le varie sfumature del carattere e la professionalità di Cate Blanchett.
Carol è una storia ambientata nella New York degli anni Cinquanta. La protagonista è una donna molto affascinante, che vive nel New Jersey con un uomo da cui sta cercando di divorziare e che è intenzionato ad avere l’affido esclusivo del loro unico figlio a causa della “discutibile” condotta della moglie. Carol, la protagonista, è gay.
Facendo un balzo nel passato, anche New York ha delle grandi, enormi difficoltà nell’integrazione del mondo omosessuale, tanto che il romanzo da cui è tratta la pellicola, The Price of Salt, venne pubblicato dalla celebre scrittrice Patricia Highsmith usando lo pseudonimo di Claire Morgan perché, a quanto pare, conteneva dei riferimenti autobiografici su cui il pubblico americano non avrebbe di certo chiuso un occhio.
Tornando alla trama, Carol conosce Therese, un’aspirante fotografa interpretata da Rooney Mara (Premio come miglior attrice al Festival di Cannes, tra gli altri) che lavora come commessa nel reparto dei giocattoli di un grande magazzino di Manhattan. Tra le due nasce un’amicizia profonda che si trasforma in una relazione difficile e contrastata. Nel frattempo, emerge la storia di Carol, sorpresa dal marito qualche tempo prima nella sua precedente storia extra coniugale con un’altra donna.
Se, anche solo per un attimo, ci spostiamo in quegli anni, possiamo verificare che le donne, tendenzialmente, non lavorano, o lo fanno in percentuale molto bassa e con posizioni totalmente a servizio della professionalitĂ maschile. Le donne lavorano quasi esclusivamente quando non sono in possesso di una fonte di denaro alle spalle, ereditata o acquisita grazie al matrimonio, non necessariamente ingente, ma anche minima.
Il lavoro è materia maschile. Le donne borghesi non possono pensare di non avere una famiglia propria e non riprodursi, se non a causa di reali problemi di salute che, probabilmente, le sposterebbero comunque in una posizione marginale della società .
Le donne omosessuali, infine, non possono esistere: è già complesso per gli uomini, dominanti e intenti a nascondere la loro natura, i loro vizi, le loro abitudini, in un’America puritana e benpensante che non ha ancora conosciuto Harvey Milk e le sue battaglie, figuriamoci se il genere femminile, a cui spesso non è concessa nemmeno un’istruzione, ha questa possibilità .
La percentuale di omosessuali che commettono il suicidio è ancora molto alta, ed è una delle ragioni per cui un finale aperto come quello di questo film è controtendenza nel genere e ha lasciato un sollievo tra gli spettatori.
Carol ha vinto diversi premi in molti festival internazionali, conquistando la critica e il pubblico, oltre ad aver accumulato un numero record di nomination. Va sottolineato che è uno dei primi prodotti dell’industria cinematografica a larga diffusione, se non forse il primo, a trattare in modo esplicito il tema dell’omosessualità femminile, che la produzione è inglese (e non americana) e che l’anno di uscita è il 2015, quando la narrazione sul versante maschile ha già una tradizione ormai consolidata.
Pop Corn #2 Cate Blanchett, Carol, 2015
Regia di Todd Haynes
Dal romanzo The Price of Salt di Patricia Highsmith
Pop Corn #1 Vivien Leigh, Gone with the wind, 1939 (Via col vento, distribuito in Italia nel 1949)
Regia di Victor Fleming
Dal romanzo Gone with the wind di Margaret Mitchell
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