Alan Lucien Øyen © Mats Backer
Alcune caratteristiche di lavoro come il collaborare in stretto rapporto con i danzatori, attingendo alle loro storie personali ed elaborando dei testi, per arrivare a trovare una verità, una sincera espressione della realtà umana attraverso la costruzione della pièce; e inoltre, l’essere stato il primo coreografo chiamato per una creazione dal Wuppertal Tanztheatre, lo hanno fatto paragonare all’erede di Pina Bausch, un’etichetta senz’altro non applicabile perché unico e inimitabile rimane il teatrodanza della mitica Pina. Parliamo del coreografo, regista e drammaturgo norvegese Alan Lucien Øyen, di cui ugualmente tessiamo le lodi per la sua personale cifra coreografica. Che include la parola.
Parlano mentre danzano, i suoi interpreti, anche in “Story, story, die” (Storia, storia, muori) spettacolo in prima nazionale che ha chiuso il festival Torinodanza. Lo spettacolo attinge ad alcune riflessioni sul bisogno che abbiamo di ricevere rispetto e approvazione attraverso la manipolazione di noi stessi e della realtà, quello che il sociologo Erving Goffman chiama “presentazione di sé”. Raccontiamo bugie, cambiamo espressione, opinione, per sentirci riconosciuti socialmente, amati, considerati. Come non pensare all’uso dei social media attraverso i quali ci presentiamo? Chi siamo veramente e cosa mostriamo al mondo? In scena tutto questo diventa un gioco di dinamiche costantemente mutevoli, veloci, come nelle stories di instagram o di tik-tok.
Con improvvisi cambi di musica, di luci e di atmosfere, come nei ciak di un film le storie di ciascuno iniziano e si interrompono con lo stop imposto da qualcuno che indica altri racconti, altri take da avviare riformulando le azioni e gli stati d’animo. Tra un movimento e l’altro misto ad assoli, duetti, sequenze di gruppo, si pongono continue domande (“Come va la tua vita?”, “Sei felice?”…), considerazioni, riflessioni anche di cattivo gusto. Il flusso di parole iniziali che si odono, dicono l’ossessione di cosa si vorrebbe dall’altro, le aspettative, le pretese, e le contraddizioni dell’animo umano: “Guardami, desiderami, abbracciami, odiami, nascondimi, provami, fidati di me, seguimi, ingannami, odiami, tienimi, ammirami, amami, amami, amami”.
Si parla e si danza innescando relazioni fatte di incontri casuali, di tenerezze, aggressioni, ascolto, attenzioni amorevoli, inseguimenti con un megafono, scatti d’ira, brama di possesso, sogni ad occhi aperti. Si entra e si esce da una porta, si usano sedie, e soprattutto si invade lo spazio vuoto animato da continue sequenze di corpi espressivi ed estremi nel piegarsi, contorcersi, incepparsi, scivolare fluidi, agire convulsamente, sfidare la gravità. È finzione o realtà l’apparizione inquietante di un uomo, ora dolce ora aggressivo, con indosso un costume da orso, con stampato un grande cuore? O quella di un altro danzatore che viene dipinto di nero e sul corpo con il disegno di uno scheletro, poi vestito con un corpetto rosso e manipolato come un giocattolo in una danza corale? Sono molte le suggestioni, le immagini generate dalle storie che si avvicendano nello spettacolo di Lucien Øyen, forse troppe per riuscire a lasciarci un forte segno.
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