Folia, (c) Julie Cherki
Una meraviglia per gli occhi. Una sinfonia per le orecchie. Che scalda il cuore. “Folia”, del coreografo franco-algerino Mourad Merzouki, con dodici danzatori della compagnia Kafig e sei musicisti del Concert de l’Hostel Dieu, non smette di incantare per tutto il tempo dello spettacolo. Dal lento inizio simile a un vagare in un luogo sconosciuto poi conquistato, fino al turbinio circolare sotto una luce lunare di una danza dervisci, seguita dal festoso ensemble sotto una pioggia di bianco pulviscolo.
Ospitato all’Arena Shakespeare di Parma nell’ambito della stagione estiva della Fondazione Teatro Due, “Folia” è un métissage spettacolare e poetico di danza hip hop e contemporanea, accenni di passi accademici, sequenze acrobatiche e di nouveau cirque: una fusione di generi dentro una partitura di musica barocca live, contaminata da suoni elettronici. Quello del meticciato dei linguaggi artistici è nella pratica di Merzouki, formatosi all’hip hop, alle arti marziali e a circo, prima di arrivare a farne la sua peculiare cifra con la quale attualmente dirige il Centro coreografico nazionale di Créteil.
Dietro un velario trasparente, illuminati da lampadari d’epoca, i musicisti – dai costumi broccato e oro – sono un tutt’uno con i performer – in abiti casual -. Scandiscono il ritmo dei loro movimenti in una risonanza evocativa di mondi lontani ma vicini. In questo viaggio al Sud che esplora i ritmi popolari della tarantella italiana e la musica di Vivaldi, di Santiago de Murcia, Henry Le Bailly e compositori anonimi, è superbo il contrasto armonioso tra l’energica gestualità dell’hip hop – tra cadute e rotazioni, giri velocissimi sulla schiena e slanci in aria – con le sonorità barocche e la voce di un soprano (Heather Newhouse) che calca solennemente la scena.
L’ingresso di un enorme globo trascinato lentamente rivelerà, ruotando, la presenza di un musicista. L’inizio delle danze è nello scoprire altri piccoli pianeti sparsi sul palcoscenico con al centro la Terra. I performer vi rotolano, si lanciano sopra, cadono, rimbalzano, componendo sequenze di gruppo, duetti, assoli. Quel mappamondo diventa il centro gravitazionale. Lanciato, fatto levitare, fluttuare, volteggiare, tenuto in mano sospeso, fino a che, inaspettatamente, esplode, lasciando della polvere e qualche resto a terra (forse un riferimento alla follia dell’uomo che sta distruggendo il nostro pianeta).
Allo smarrimento che esprimono i danzatori che si predisporranno distesi a terra, seguirà un risveglio dentro una pedana gonfiabile e molleggiata, quasi una zattera oscillante, sulla quale troveranno nuova energia e nuove sequenze vorticose di danza dentro e fuori di quello spazio. Che si espanderà in un gioioso finale. Nel segno della più sana follia.
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