Colonia estiva Olivetti, stampa ai sali d’argento su carta, 1967 ca. AASO, Fondo Gianni Berengo Gardin © Gianni Berengo Gardin/Fondazione Forma
Ho avuto l’onore di entrare in contatto con Gianni Berengo Gardin nel 2020, periodo tanto singolare e insensato quanto indimenticabile, in cui abbiamo lavorato al progetto 1965-1990. Gianni Berengo Gardin e la Olivetti, curato insieme con Margherita Naim. Uso volutamente le parole “entrare in contatto” perché, con rispetto ed onestà nei confronti delle relazioni più care, effettivamente io e Berengo Gardin non ci siamo conosciuti veramente e – per ovvi motivi – ci siamo guardati e parlati a distanza in una fase storica complessa, dietro dei dispositivi sanitari, distanziati non solo dalla contingenza storica, ma anche e soprattutto dalla riverenza che un giovane curatore tributa a un grande maestro.
In quella occasione realizzammo una mostra e una pubblicazione edita da Silvana Editoriale, dedicata da CAMERA Centro Italiano per la Fotografia e dall’Associazione Archivio Storico Olivetti, con la collaborazione del Museo Civico P. A. Garda di Ivrea, all’opera di uno dei più importanti fotografi sociali italiani che, proprio in quell’anno bizzarro, compiva i suoi novanta anni. Lo sforzo era indirizzato non solo a celebrare un traguardo importante dal punto di vista anagrafico, ma anche ad evidenziare l’intensità con la quale Berengo Gardin alimentò il rapporto professionale ed etico con l’azienda di Ivrea, attraverso una selezione di oltre 70 fotografie d’epoca in bianco e nero, pubblicazioni e altri documenti d’archivio. E fu così, proprio attraverso le fotografie di questo sodalizio storico, che prese forma il tentativo di immaginare e di capire maggiormente l’indole della persona che avevo davanti.
Quei materiali raccontano la lente politica e sociale con la quale affinava il grande senso di giustizia che accompagnava il suo operato, interessandosi all’idea di città e a chi la abita, agli “ultimi”, al valore del progetto d’architettura e a quello di equità e giustizia sociale, alla complessità dei modelli di produzione e all’importanza del sistema di servizi sociali e culturali che animava il territorio e la fabbrica, al sistema umano e relazionale dentro e fuori di essa. E raccontano il suo essere parte attiva della società proprio grazie alla fotografia, abbracciata con enorme entusiasmo e curiosità nei confronti della vita più in generale.
Grazie all’apparecchio fotografico Berengo Gardin imparava, respirava e restituiva a pieni polmoni. In quegli occhi sornioni e vispi, ancora nel 2020 si poteva rintracciare l’impegno e la dedizione che lo portano ad essere annoverato tra i migliori interpreti del paesaggio italiano e della sua trasformazione. A partire dalla metà degli anni ‘50, infatti, diversi autori iniziano a cogliere l’essenza della trasformazione collettiva in atto nel paese, lavorando a cavallo tra l’indagine antropologica e l’impegno sociale. Il loro operato mette in risalto non solo la capacità della fotografia di narrare i singoli avvenimenti ma anche di comprendere approfonditamente fenomeni complessi come il processo di modernizzazione. E lui è uno degli esponenti di spicco di quell’ondata.
Un uomo del fare, si potrebbe dire, e spesso si è letto del suo essere “artigiano dell’immagine” e della fisicità con la quale intratteneva un rapporto corpo a corpo con le immagini e la realtà che cercava di immortalare, rifiutando quasi programmaticamente la possibilità di essere definito artista. Un’attitudine che lo ha portato non solo a documentare paesaggio fisico e umano attraverso la fotografia, ma anche ad avvalersi di questa per realizzare progetti più specificamente pubblicitari come, per esempio, dimostrano le immagini e i manifesti della campagna promozionale della Valentine, celebrata macchina da scrivere prodotta dalla Olivetti in quegli anni. Sempre in quegli stessi occhi sornioni e vispi, si poteva rintracciare anche il grande senso di ironia e il rispetto per gli altri che lo hanno accompagnato sino a pochi giorni fa. Come quando, insieme a Stefano Bucci, andammo a vedere la mostra su Robert Capa, facendoci piacevolmente guidare in una sua personale interpretazione di quel percorso. Almeno sino a quando ci imbattemmo in alcune immagini a colori, davanti alle quali Berengo Gardin si è fermato e ha esclamato: “dovremmo chiedere a Robert dove aveva comprato queste pellicole”. Poi silenzio, strizzatina d’occhio e sorrisino. Ora è eternità, come in una sua fotografia in bianco e nero.
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