ALEXIA COLOMBO, under water love, 2020, fotografia subacquea
Tratta dall’omonima rassegna ideata dall’artista e curatore indipendente Francesco Arena, la rubrica “OTHER IDENTITY – Altre forme di identità culturali e pubbliche” vuole essere una cartina al tornasole capace di misurare lo stato di una nuova e più attuale grammatica visiva, presentando il lavoro di autori e artisti che operano con i linguaggi della fotografia, del video e della performance, per indagare i temi dell’identità e dell’autorappresentazione. Questa settimana intervistiamo Alexia Colombo.
Il nostro privato è pubblico e la rappresentazione di noi stessi si modifica e si spettacolarizza continuamente in ogni nostro agire. Qual è la tua rappresentazione di arte?
«La mia arte oscilla tra fotografia e pittura. Scatto e dipingo quelle che definisco sensazioni latenti, quelle che sono davanti agli occhi di tutti ma non si vedono. Ciò̀ che è importante per me è che i miei lavori possano attrarre e sedurre l’osservatore con tutti i loro difetti e pregi, rivelando così l’autentica bellezza della vita e delle pulsioni carnali e inconsce che caratterizzano ogni singolo essere umano».
Creiamo delle vere e proprie identità di genere che ognuno di noi sceglie in corrispondenza delle caratteristiche che vuole evidenziare, così forniamo tracce. Qual è la tua “identità” nell’arte contemporanea?
«Nella mia arte mi definisco sempre come un voyeur famelico e silenzioso, come uno specchio distorto da cui osservare il mondo in modo differente».
Quanto conta per te l’importanza dell’apparenza sociale e pubblica?
«Poco o nulla, o meglio non mi faccio influenzare dall’apparenza che hanno gli altri di me o della mia arte, cerco solo di essere fedele a me stessa. Il più delle volte mi accorgo che mi appaga sempre ciò che non piace o non viene “accettato” dagli altri».
Il richiamo, il plagio, la riedizione, il ready made dell’iconografia di un’identità legata al passato, al presente e al contemporaneo sono messi costantemente in discussione in una ricerca affannosa di una nuova identificazione del sé, di un nuovo valore di rappresentazione. Qual è il tuo valore di rappresentazione oggi?
«Dico sempre che “Nessuno nasce orfano” ovvero tutti arrivano da qualcosa, esperienze, immagini, echi presenti o passati. La riuscita sta nel rielaborare sempre e metterci un gesto, un segno unicamente nostro».
ll nostro “agire” pubblico, anche con un’opera d’arte, travolge il nostro quotidiano, la nostra vita intima, i nostri sentimenti o, meglio, la riproduzione di tutto ciò che siamo e proviamo ad apparire nei confronti del mondo. Tu ti definisci un’artista agli occhi del mondo?
«Definirmi tale mi sembra sempre un titolo troppo grande perché mi sento sempre neofita come artista, alla ricerca continua della mia dimensione e finche non l’avrò trovata non saprò definirmi tale».
Quale “identità culturale e pubblica” avresti voluto essere oltre a quella che ti appartiene?
«Ci ho messo troppo a pensarci quindi ti rispondo di no, nessuna in particolare, semplicemente me stessa forse solo in un’altra epoca».
Alexia Colombo, nasce a Monza il 26 aprile 1993. Il suo percorso artistico ha inizio nel 2016, anno in cui percepisce l’incontenibile necessità di immortalare la sfuggente Caducità della bellezza.
Artista viscerale fin dal principio, è attraverso la fotografia e la pittura che riesce a esprimere la sua forte visione emotiva della realtà. I soggetti che predilige riguardano l’intimità e la sfera femminile, il nudo e l’erotismo velato da una seducente melanconia.
Le sue fotografie sono realizzate unicamente in analogico, senza l’uso di filtri e postproduzione digitale, restando indefinite tra la realtà e l’immaginazione, evocando desideri che invitano l’osservatore a varcare la soglia dell’intimo e dell’indicibile.
La sua passionale ricerca si nutre delle ombre e della luce di sessualità e voyerismo, una fusione tra realtà e inconscio che porta l’artista a proiettare se stessa nell’altra, facendola sentire parte di un corpo unico.
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