L’apertura di una galleria è sempre qualcosa di magico, coraggioso, un mondo parallelo fatto di bellezza, di visione e di silenzi. Emanuela Zamparelli ha voluto mettersi in gioco, in un momento di riflessione della sua vita, e aprire uno spazio espositivo indipendente che potesse promuovere unicamente il lavoro di fotografe donne, proponendo una particolare visione del mondo tutta al femminile. Così, la nuova galleria romana Zema propone un denso programma espositivo, in cui contraddizioni, fragilità e misteri vengono esposti con naturalezza, perché facenti parte della vita.
La galleria auspica di mantenere uno sguardo autonomo, critico e consapevole arricchendo e amplificando la sua offerta espositiva con momenti di approfondimento e aggregazione, tra impegno sociale e riflessione culturale per un’idea di galleria come luogo di visibilità e ascolto.
Si inserisce perfettamente in questi ambienti luminosi la mostra di Juliette Wayenberg dal titolo Grete (Wykofer) a cura di Bianca Ceriani. Il progetto fotografico si presenta come un delicato album di famiglia in cui l’artista gioca con il tempo tra passato e presente, servendosi, per questo racconto intimo e nel tempo stesso universale, dei negativi di fotografie dei suoi avi. Lo scatto viene manipolato, passando da antico e storico, ad attuale e contemporaneo. La fotografia come testimone fedele che si lascia manipolare per diventare racconto e lo scatto, quell’istantanea impressa sulla pellicola, si lascia alterare, per tramandare storie, che ridiventano attuali, con attori di facile immedesimazione, in una memoria che resiste nelle nuove tecniche fotografiche.
Juliette Wayenberg, docente di fotografia sperimentale, utilizza processi alchemici semplici ed antichi come la cianotipia per riprodurre immagini monocromate dal colore blu intenso, noto come blue di Prussia. Forse non a caso, in questo spazio per le donne, l’artista si serve di un metodo che fu utilizzato per la prima volta da una donna, Anna Atkins, per la realizzazione del suo volume fotografico.
Osservando le fotografie esposte, alcune incorniciate e alcune lasciate libere su supporti cartacei, sembra di entrare nel Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg e sfogliare le fotografie del racconto di una famiglia. Cronache di un periodo passato che si fonda con i tempi nostri, attraverso le abitudini di una normale famiglia che ha vissuto momenti bui e gioie, in un’alternanza senza cronologia o storico rimando, lasciando spazio alle foto del mare che interrompono gesti e movimenti.
Il mare è fotografato mentre si infrange sulla sabbia, metafora di pensieri in continuo movimento, incontrollabili ma rasserenanti. Tutto finirà per dissolversi sulla spiaggia e inizierà un’altra onda e un’altra ancora. L’accettazione della vita come alternativa alla necessità di controllo è la storia che resiste e ritorna con ferite, tensioni e inquietudini, mescolando consapevolezza e testimonianza.
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