Quattro eleganti saggi dedicati ad altrettante opere del tardo rinascimento indagano i rapporti tra arte e politica nell’Italia del XVI secolo.
Non è ancora l’epoca dell’arte per l’arte. Gli artisti lavoravano soprattutto su commissione e i committenti, fossero papi, governi cittadini, ricchi aristocratici, spesso e volentieri affidavano all’artista e alla sua opera un preciso messaggio politico. Sapienti iconografi codificavano trame di nessi sottili ed erudite simbologie, a volte veri e propri rebus e fornivano all’artista il progetto da realizzare.
Allora, è la politica che si serve dell’arte? Non esattamente. Pinelli paragona l’arte ad una bella fanciulla che si concede ai potenti della terra, senza appartenere mai a nessuno. Il suo fascino è indipendente dai movimenti politici che le hanno permesso di realizzarsi in opere immortali; così indipendente da riuscire a sopravvivere ad essi.
Ma anche questa presunta indipendenza dell’arte dalla politica forse non è del tutto vera. La passione con la quale Pinelli va alla ricerca dell’insieme di valori e ideologie che sono all’origine di un’opera d’arte fa pensare che qualcosa del fascino di questa bella donna, separata dalla politica, vada perduto. Certo non la bellezza esteriore, ma un pizzico della sua anima si.
Ed è al recupero di quest’anima che Pinelli si dedica, guidando il lettore alla scoperta dei molteplici significati che si nascondono dietro un’opera d’arte. Attraverso un’analisi molto documentata e sempre coinvolgente di epistolari, fonti letterarie, cronache cittadine dell’epoca, mettendo insieme fatti storici e personaggi politici, evidenziando dettagli apparentemente trascurabili Pinelli ricostruisce il contenuto ideologico di opere che sono non solo “belle”, ma ricche di significato.
Gli affreschi della Villa Imperiale dei Della Rovere a Pesaro (argomento del primo saggio), ideata da Gerolamo Genga, celebrano, ma senza troppa enfasi, la riconquista del ducato che era stato sottratto al Della Rovere da papa Leone X. Un ducato debole, che molto doveva all’appoggio di Roma non poteva permettersi trionfalismi antipapali.
E debole era ormai anche la Repubblica di Siena, della quale Pinelli analizza gli affreschi di Domenico Beccafumi nella sala del Concistoro di Palazzo Pubblico. Affrescata in onore di Carlo V, alleato di Firenze e della famiglia Medici, è un “martellante esempio di fede antitirannica ….un appello della Repubblica all’imperatore affinché non favorisse una restaurazione indesiderata”.
La grandiosa galleria vaticana delle carte geografiche commissionata da Gregorio XIII (l’autore della riforma del calendario) è parte di un programma iconografico molto complesso, che include la Sala della Meridiana e la Torre dei Venti. Celebrazione del ritrovato potere della Chiesa dopo il concilio di Trento e dell’ambizione del papa di unificare l’Italia sotto il proprio vessillo.
Un caso diverso è quello dell’enigmatico Alabardiere del Pontormo. In questo caso il significato politico dell’opera è legato all’identificazione del personaggio ritratto ed è ambiguo solo per noi moderni. Il quadro aveva per i contemporanei (che certo sapevano chi fosse il protagonista) un significato ben preciso. Gli storici dell’arte da anni dibattono sulla sua identità: Francesco Guardi, armato di alabarda in quanto difensore della libertà repubblicana in una Firenze assediata dall’imperatore o viceversa Cosimo dei Medici “giovane tiranno che quella libertà si appresta a bandire per sempre”? Pinelli argomenta in favore di Cosimo, ma il messaggio tra le righe è la capacità dell’arte di incarnare significati opposti. Il linguaggio delle immagini è così ambiguo che una stessa opera si presta, mutato anche di poco il contesto, ad essere interpretata in modo totalmente diverso.
Arte come bellezza impura quindi, ma non solo. Potremmo aggiungere bellezza ambigua, potente, (l’iconoclastia, suggerisce Pinelli, è forse la conferma più devastante del potere delle immagini), enigmatica, ma soprattutto eterna, perché il “potere dell’arte ha dalla sua parte il tempo, essendo infinitamente più tenace e duraturo è del potere in sé e per sé”.
antonella bicci
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