Categorie: Libri ed editoria

Reading Room | Se provocazione fa rima con valorizzazione. Del mercato

di - 25 Novembre 2013
C’è un dibattito irrimandabile da portare avanti, afferma Paolo Portoghesi nella prefazione al libro di Maurizio Pallante Sono io che non capisco. Riflessioni sull’arte contemporanea di un obiettore alla crescita (Edizioni per la decrescita felice, 2013): l’apertura di uno spazio di riflessione profonda sulla cultura, in particolare nei confronti dell’”arte contemporanea” che, a differenza di altri settori, sembrerebbe essere indenne da responsabilità. Si esorta ad entrare nel recinto sacro dell’arte con mente aperta, rinfrescati dalle filosofie della complessità, accantonando remore o pregiudizi, per una lettura distaccata e limpida degli eventi culturali; prerogativa, quest’ultima, non sempre portata avanti con profitto dagli addetti ai lavori, spesso motivati da interessi di parte.

Col suo pamphlet, Pallante – che è fondatore e presidente del Movimento per la decrescita felice – mette in evidenza le connessioni esistenti tra l’arte contemporanea e la società attuale, rimarcando a più riprese i non pochi paradossi e contraddizioni che invischiano il settore. Sotto il torchio passa per primo il concetto di “innovazione”, il “nuovo” a tutti i costi e fine a se stesso: un concetto cardine, sul quale – sostiene l’autore – si basa l’arte dei nostri giorni, la cui radice è riconducibile alle avanguardie storiche le quali hanno sempre spostato l’attenzione sugli aspetti del linguaggio, fino a giungere a un grado di ricerca ossessiva che ha caratterizzato e caratterizza l’arte attuale. Una sorta di atteggiamento compulsivo che, in seguito, ha spinto gli artisti a provare di tutto. Si passa dalle forme scandalistiche allo shock visivo, alla spettacolarità gratuita, alle gag, al gigantismo, alle regressioni scatologiche. In molti casi, espressioni artistiche non sempre mosse da una profonda esigenza di ricerca che – afferma Maurizio Pallante – rischiano di valere «per un solo giro di ballo», creando soltanto rumore, o buone occasioni per la speculazione finanziaria.
Il punto cardine sul quale appoggia l’arte attuale – precisa il presidente del Movimento per la decrescita felice – è quello relativo alla dinamica «provocazione-valorizzazione-incremento delle valutazioni», che attesta «non più un atto di rottura nei confronti della cultura ufficiale», bensì una perfetta sintonia con essa; con l’avallo dei suoi «sovraintendenti, curatori, critici che garantiscono la totale omogeneità del prodotto arte».

Pallante parla chiaro, come chi ha la certezza che una concezione dell’arte basata ossessivamente sul “looking for something new” ammicca e crea connessioni con il “buy something”. E non si tratta, appunto, di una vaga allusione da parte del fondatore del Movimento della decrescita, bensì di una chiara denuncia delle alleanze di comodo tra una certa arte contemporanea e la speculazione del mercato. La stessa che in altri settori ha portato alle drammatiche bolle finanziarie, alla crescita illimitata e ai disastri ambientali come quello di Taranto. C’è da denunciare un cattivo modo di pensare, da parte anche dell’arte attuale, basato su una concezione del tempo generatrice di antitesi irrisolvibili e obsolete, come la contrapposizione tra progressisti-conservatori, futuro-passato (quest’ultima basata sul modello del tempo lineare) che una volta trasformatosi in pensiero ideologico (interessanti le testimonianze di Tiziano Terzani citate a proposito della distruzione del passato culturale in Cina) diventano strumenti di annientamento culturale.
Agli artisti, ai quali sembra dedicato il pamphlet, Pallante suggerisce di portarsi fuori dalle pastoie di un’arte che ha contribuito consapevolmente o inconsapevolmente al processo di omologazione culturale. Si tratta dunque di ritornare a respirare aria fresca, di riaprire il cammino alla riscoperta della propria autonomia culturale, di pensiero, e dei mezzi espressivi, liberandosi dal “paradigma della modernità” basato sulla provocazione a tutti i costi. Pallante parla di una vera rivoluzione culturale, che tenga conto dei suggerimenti e del contributo di più settori per riconquistare una tensione all’interno dell’arte volta all’espressione dell’essenza, degli elementi immutabili che sostanziano la vicenda umana.
Ciò malgrado – ci avverte Pallante- c’è un’argomentazione che potrebbe essere impugnata da chiunque per confutare la tesi di chi critica l’arte contemporanea. L’autore riporta nel libro l’immagine di un manifesto pubblicato su La Décroissance, n.71 del luglio-agosto 2010 in cui appare la scritta “Tu n’apprécies pas l’art contemporain? Alors tu es sans doute nazi”, ovviamente riferendosi alla infelice posizione dei nazisti nei confronti dell’arte moderna, ai roghi e quanto altro. A questa sorta di paralogismo Pallante risponde: «L’intelligenza di chi utilizza questo sillogismo è così modesta da non capire che in realtà si tratta di un falso sillogismo del tipo: le pecore scorreggiano, Socrate scorreggia, Socrate è una pecora. Così ragionano le pecore di Panurge (in Francia si indica una persona che imita senza farsi domande) che si credono aquile, le truppe scelte della modernità, le guardie del corpo delle avanguardie artistiche».
Maurizio Pallante: Sono io che non capisco. Riflessioni sull’arte contemporanea di un obiettore alla crescita
Editore: Edizioni per la decrescita felice
ISBN 9788896085196
Data di Pubblicazione: 2013
Pagine: 127
Euro: 12

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