Secondo Donna Haraway, l’immagine della matassa – un corpo di fili avvolto in maniera ordinata – è in un certo senso la rappresentazione dell’universo, e i suoi componenti, agenti che giocano con il filo tirandolo o lasciandolo andare, danno vita a nuove configurazioni possibili. Un’idea complessa, come solo le cose più semplici sanno essere, che la filosofa e docente statunitense porta avanti nel suo libro Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto (NERO Editions, 2019). Da sempre siamo immersi in questa matassa che dissolve il concetto stesso di tempo e di spazio, insieme al sistema binario su cui si fonda gran parte della nostra conoscenza: maschile/femminile, singolare/plurale, vita/morte. Queste coppie dialettiche che hanno contribuito a nutrire il pensiero predatorio, hanno portato l’essere umano, al vertice della piramide e armato di capitalismo, a stremare fisicamente e ideologicamente il pianeta su cui viviamo e che condividiamo con le altre creature.
Di fronte a questa distruzione ci sentiamo impotenti: scienziati, pensatori e cittadini si scoprono impreparati, incapaci di immaginare un futuro sicuro. Ma Haraway rifiuta sia l’idea dell’Antropocene, sia quella del Capitalocene, entrambe percepite come gabbie totalizzanti, e propone un’altra via: il Chthulucene. Non una prospettiva ingenuamente rassicurante – ciò che a volte cerchiamo per dormire sonni tranquilli – ma un’esortazione a rimboccarsi le maniche: non ci resta che stare immersi nella matassa, vivere nel problema, riconoscendo che questo «richiede la capacità di generare parentele di natura imprevista».
Al gioco della matassa infatti partecipano tutti e tutte: ogni creatura può imparare dall’altra, ibridarsi, esistere insieme e con-divenire, in un rimando eterno di scambi che non ha un vincitore. Non per profitto personale quindi, ma perché ogni azione porta con sé una ricaduta sull’altro, un butterfly effect da cui scaturisce una domanda cruciale, che Haraway ci rivolge: di chi siamo responsabili? Arrivati a questo punto l’identificazione con un gruppo che noi riconosciamo con la famiglia biologica è desueto, costruisce confini che limitano la nostra responsabilità nei confronti delle altre creature. La presa di coscienza parte dal linguaggio – in italiano tra l’altro fortemente declinato al maschile – andando a costruire un vocabolario ampliato, scrive infatti in apertura Claudia Durastanti: «(Haraway) non piega il resto del mondo al nostro linguaggio, ma si sforza di lacerare il nostro linguaggio per ospitare il resto del mondo». Mostrandosi volutamente ambigua e di difficile comprensione, non tanto per un desiderio egoriferito da intellettuale che ci scruta dall’alto della sua torre d’avorio, quanto più per rimescolare le carte e insegnarci a uscire dalla nostra comfort zone di pensiero, la filosofa abbandonando ogni punto di riferimento, andando però a costruirne di nuovi. Ne è un esempio l’acronimo FS, che sta per fantascienza, femminismo speculativo, fatto scientifico e fabula speculativa, come quella raccontata nell’ultimo capitolo «che prende in esame cinque generazioni di congiunzione simbiogenica tra creature umane e farfalle monarca». Non ci sono universali o particolari ma simpoiesi, con-fare appunto, «una parola che ci permette di mondeggiare in compagnia». Al di là di ogni demagogico “vogliamoci tutti bene”, Haraway dipinge un mondo così apparentemente utopistico e dalle tinte favolistiche che la nostra rozza e corrotta realtà fatica anche solo a immaginare, ma a volte un’allucinazione può essere più concreta della realtà stessa e il gioco il modo migliore per comprenderla.
Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto di Donna Haraway è il secondo dei tre libri scelti per Inequalities Book Club, il ciclo di incontri promosso e ideato dal Centro Studi di Triennale Milano e ICONE – Centro Europeo di Ricerca di Storia e Teoria dell’Immagine dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Il Book Club è parte del public program della 24a Esposizione Internazionale Inequalities.
Secondo incontro venerdì 17 ottobre, ore 18:30
Triennale Milano
Cuore – Centro studi, archivi, ricerca
Viale Emilio Alemagna 6, Milano
Per info e registrazioni qui
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