Botticelli, La nascita di Venere
Dopo L’ora d’arte vissuta nel 2019 ecco giungere il soffio che ti scompiglia i capelli de La seconda ora d’arte, aria pura in giorni desertificati non tanto dal celebre virus quanto da ciò che la politica squaderna in questa sceneggiata “per il futuro dell’Italia” dove l’arte, la sua protezione, la necessità della sua conoscenza, sono pomposamente assenti; presenti invece monetizzazione aziendale dei centri storici e dei musei, ridotti a baracconi per la delizia degli universalmente ritenuti salvatori della patria: i “turisti”. Ora che il popolo del trolley è scomparso e che la sua città vergognosamente svenduta è momentaneamente ridiventata umana, Tomaso Montanari si aggira per strade chiese e piazze fiorentine sulle tracce dei propri congiunti, l’arte e gli artisti. “Ho fatto pace con la mia città” è l’ultima pagina di questo libro che vi invito a leggere. Dimenticate la pendolare oscillazione della vostra testa che azzardava uno sguardo sulla Primavera di Botticelli ma vedeva solo gente che faceva il selfie, piazzata davanti al quadro. Dimenticate come fosse un brutto sogno ciò che il dottissimo youtuber dice del Polittico Griffoni di Ercole dé Roberti e Francesco del Cossa per trascinare il popolo a Palazzo Fava nella Bologna che ha duramente conquistato lo status di città “turistica”. Oggi, proprio oggi, potete fermarvi e ragionare su cosa possa darvi un’opera d’arte, e su cosa potete voi dare a lei.
Perché lei vi migliora l’esistenza, e il vostro sguardo fa lievitare la sua. Questo libro riunisce frammenti di un unico, lungo, discorso amoroso, detto guardando negli occhi Chardin e l’Arte Rom, Masaccio e Banski, Guernica e Venezia… Non analisi stilistica sopra a tutto come ci si aspetterebbe da uno storico dell’arte italiano vero et proprio; non girotondo sul mero significato dell’opera come accade nella migliore critica d’arte contemporanea, ma un tramite caldo che cinge i fianchi dell’opera d’arte ne tocca il corpo e ne ascolta il fiato e il flusso vitale. Scrive Montanari: “Io fui qua”. Ciò che Jan Van Eyck scrive sul muro della stanza dei coniugi Arnolfini, nel 1424, è ciò che gli artisti di ogni tempo hanno in fondo voluto dire: Io sono stato qua; vivo, come te, davanti a questa tela, io sono stato, tu sei vivo come lo sono stato, io vivo in te, nei tuoi occhi e nella tua memoria. La mia speranza di non morire è legata alla tua capacità di tenermi in vita parlando di me e con me. E di tramandare questo amore ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli”.
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